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Ceppi Umani - Ceppi Elfici - Mezz'elfi - Nani
Quenya - Sindar - Teleri

Aspetto: Elfi molto slanciati e dalla pelle chiara come la luna, dai lineamenti delicati ed appuntiti. Il nucleo originario aveva i capelli color dell'oro sul quale si rifrange la luce del mattino, ma con lo scorrere dei millenni, le poche eccezioni sono aumentate largamente. Preferiscono larghi vestiti tessuti in materiali leggeri, con intrecci raffinati e decorazioni ricercate. La lingua parlata e' il Quenya, una derivazione dell'elfico ricca di aggettivi e sostantivi, che seppur armoniosa, ha perso in musicalita' per favorire l'inserimento di molti neologismi.

Linea ruolistica: I Quenya, o Elfi Alti, data la loro lunga vita che li obbliga ad osservare lo scorrere di molte ere, tengono percio' un atteggiamento distaccato, al di sopra degli eventi, e nelle loro decisioni, danno molta piu' importanza alle conseguenze a lungo termine, piuttosto che in quelle immediate. Per questo motivo possono apparire a volte crudeli o stolti a chi vive pensando sempre all'immediato. Tuttavia sono in realta' molto saggi, e i consigli dei loro sapienti sono ricercati e rispettati da tutti e non e' raro trovare un Quenya immerso nel silenzio piu' assoluto, assorto nello studio o nella preghiera. La spiritualita' caratterizza anche la vita di quegli elfi che hanno deciso di consacrare la propria vita all'uso delle armi: essi infatti mai incrociano le spade o versano sangue senza una valida ragione e sempre hanno rispetto di un nemico che si e' battuto lealmente. Le attivita' lavorative principali sono l'alchimia e la lavorazione del ferro, largamente favorita del gran numero di miniere scavate nelle viscere dei monti che circondano Ondolinde.

Citta' di maggior densita': Ondolinde la Splendente, chiusa nella valle dei monti Elverquisst , nell'Hildoriath, ma anche il piccolo villaggio di Ilkarin e' originariamente Quenya.

Indirizzi religiosi consigliati: La divinita' principale dei Quenya e' la Dea della Luce Beltaine, anche se Earlann, Dio della Saggezza delle acque, e Suldanas sono tenuti in grande considerazione.

Giocare un Quenya

Ci sono diversi elfi in terra ardana; per chi vuole interpretare un elfo molto curioso, legato al viaggio, al cambiamento ed interessato fortemente ad interagire con altri popoli, il telero è probabilmente il tipo di elfo adatto. Se del tuo essere elfo, vuoi focalizzare sopratutto l’atavico legame con la foresta e la natura, il sindar fa probabilmente per te. Se invece desideri un elfo raffinato ed antico, dal potente legame con la magia e con le tradizioni degli inizi dei tempi, dall’infinita grazia e saggezza, allora il quenya è quasi di certo la scelta migliore.
Se immagini il tuo elfo come portatore di antiche e mitiche leggende, che custodisce in una splendida, millenaria ed aggraziata città di marmi bianchi il quenya fa per te.
Se vuoi giocare un elfo che pur dotato di un armonico rapporto con la natura, è caratterizzato soprattutto dal superbo picco di cultura che ha raggiunto nei millenni, è il quenya che vuoi.
Se vuoi giocare una razza dalla possente ed antica tradizione marziale, ma allo stesso tempo dall’indole meditativa e custode di una potente e mistica tradizione magica, il quenya fa al tuo caso.
E’da ricordare che il quenya però non è da interpretare come un semplice nobile umano, il quenya ha una nobiltà che deriva esclusivamente dalla purezza del suo animo, e la sua primaria ricchezza è il sapere sia mistico che terreno degli elfi.

Prefazione
Aveva appena piovuto, ed attorno a me vedevo alternarsi prati d’un verde brillante e scuri alberi di pino, sotto di essi la primavera si annunciava con piccoli fiori bianchi e violetti.
Ero distratta dal fragore delle cascate e dall’odore primaverile di erba bagnata. Quando chiudevo gli occhi sentivo i melodiosi canti degli uccelli. Eppure c’era una sola cosa che avevo in mente: stavo per varcare le porte le porte della Splendente, Ondolinde.
In lingua quenya, Ondo-linde significa Pietre canore; io le sentivo già cantare, col fragore di cascate, misto alla raffinata melodia di un arpa in lontananza.
Mi era stato concesso di visitarli, di stare nella loro favoleggiata vallata, di conoscere da vicino gli elfi quenya.
Detti Calaquendi, Elfi della Luce, per i loro capelli dorati e luminosi come raggi di sole o forse per il loro amore per la luminosa Conoscenza. Noti anche come Tareldar, Elfi alti, per le loro antichissime tradizioni che li pongono in una posizione privilegiata.
Lasciai il mio cavallo, che un amabile telero mi aveva donato alla Perla e raggiunsi Tindomerel, la quenya alla quale avevo ben tre volte salvato la vita, e la quale aveva permesso, a me, umana, di ottenere il titolo di “Elendil” o “Sha’Quessir” amica degli elfi.
L’elfa mi aspettava con i suoi capelli dorati raccolti in una complessa acconciatura, e con una veste azzurra dai complessi ricami chiari, con un bianchissimo mantello sulle spalle. Deglutendo le presi la mano mentre mi sorrideva ed alzai lo sguardo: le torri bianche quasi accecavano con le loro mura, ero ad Ondolinde.

Storia antica
Una delle prime cose che potei vedere alla Splendente, è il valore che gli elfi alti danno alla storia. Ogni volta che osservavo qualche strano oggetto o qualche edificio c’era un elfo disposto a spiegarmo la storia che c’era dietro e quasi sempre era una storia lunga e complessa che, ahimè, non riuscivo a seguire fino alla fine. Nonstante mi fu fin dall’inizio chiaro che non ero loro pari, questo non mi fu mai detto apertamente, ed i loro modi furono sempre cortesi e galanti. A volte mi sentivo quasi come una bambina che girava tra distanti genitori indaffarati: sì gentilissimi, ma lontani e superiori. Da un lato certo, a volte era quasi frustrante, ma dall’altro quando riuscivo ad ottenere la fiducia di uno di loro, la soddisfazione era assai vasta.
Riuscii ben presto ad ottenere il favore di un’antica elfa di nome Yavie (Autunno) che era curiosamente interessata alla storia degli umani: io le raccontavo storie della mia stirpe e di Loknar, lei invece mi raccontava della sua stirpe e di Ondolinde. In poco mesi scoprii cose che certi saggi hanno ricercato per una vita…

Le origini
Si narra che in antichità gli elfi fossero capaci di cose inimmaginabili, anzi si dice addirittura che avessero un altro nome, gli Yiu, che fossero capaci di viaggiare tra i mondi e che avessero manipolassero il flux con la facilità con la quale respiravano l’aria.
Di queste antiche leggende non so quasi nulla, ma riguardo alla casata dei quenya, sono riuscita a scoprire cose antecedenti al periodo dei falò senza luce. I quenya hanno cercato di mantere il poco possibile con una cura assoluta.
L’antica ma splendida Yavie mi ha spiegato molte cose col suo arcaico elfico che non sempre mi è stato chiarissimo. Ciò che ho copreso lo scrivo qui in modo da renderlo leggibile anche alla moltitudine che non avrà la fortuna di conoscere una tanto saggia e savia quenya. Mi ha anche fornito dei libri molto interessanti, tomi antichissimi ma con pagine ancora bianche come nuvole primaverili e con complesse e raffinate iscrizioni elfiche.
Ho scoperto così che la casata quenya in tempio antichi, ancora prima che gli elfi si chiamassero così, esisteva come un piccolo gruppo di elfi. Da quello che ho capito le casate di quei tempi lontani non erano altro che famiglie allargate e si riconoscevano immediatamente anche i per i tratti somatici.Inoltre erano assai numerose (un testo che ho letto parla addirittura delle “novantanove casate”!). I quenya erano tutti caratterizzati da carnagioni chiare e fini capelli come oro colato.
Secondi i conti che ho fatto la casata quenya avrebbe almeno 50 mila anni… ma sono numeri forse ingranditi per dare prestigio agli elfi alti. Certo è sicuro che era una casata piccola e poco influente, e che ve ne fossero di più importanti e prestigiose.
Una cosa che cambiò le sorti di questa piccola casata fu la scoperta da parte di uno dei nipoti del principe Tingoldin dei quenya (pare il lignaggio più nobile tra i quenya di allora e rispettato tra tutti gli elfi), il saggio Nuireletion, del Globo della Conoscenza ove Morrigan aveva risposto il suo più grande dono, la Magia.
La leggenda racconta che coloro che ricevettero per primi insegnamento da Nuireletion furono suo figlio Amanya e sua figlia Isilwen. Entrambi padroneggiarono in fretta l’Arte Arcana, ma dopo la misteriosa scomparsa di Nuireletion cominciarono a differire sempre più negli intenti.
La figlia Isilwen continuò nel lavoro di consolidamento delle 4 vie della Magia (fuoco, aria, acqua e terra) e si circondò di elfi provenienti da tutte le parti continuando a diffondere l’Arte come suo padre prima aveva fatto. Amanya invece era convinto che il Dono di Morrigan dovesse essere utilizzato per accrescere il potere della casata quenya e decise di spartire i segreti che egli conosceva solo con i membri della sua casata. Amanya ed Isilwen riuscirono, come solo gli elfi sanno fare, a rimanere in armonia nonostante le grosse differenze, e si dice passeggiassero per ore sotto alle fronde dell’antico Hildoriath, l’uno cercando di convincere l’altro a cambiare modi.
I due tuttavia morirono senza cedere nella loro visione, Isilwen di insegnamento a tutti gli elfi e Amanya di esclusiva trasmissione ai quenya.
Pare che Nuireletion avesse insegnato cose diverse al figlio ed alla figlia. Ne risultò che le generazioni di quenya successivi rimasero in possesso di conoscenze segrete dell’Arte ereditate da Amanya, ma ovviamente anche di quelle dei seguaci di Isilwen, che erano aperte a tutti gli elfi.
In poche generazioni i quenya divennero quindi signori incontrastati dell’Antica Via,la magia elfica. I segreti di Amanya li resero sempre un passo più avanti degli altri elfi nel manipolare il flux ed gli elfi ottennero allora la dicitura di “elfi che alta hanno la comprensione dell’Arte Arcana” o più brevmente “Tareldar” Elfi Alti. Pare lo stesso Ordine dell’Antica Via, che riuniva tutti gli elfi maghi, avesse ai vertici molti quenya.
Essi presero possesso di posizioni chiave nella collettività elfica e cominciarono lentamente ad debellare le casate loro rivali assorbendole in modo armonico, con matrimoni ed amicizie ed ovviamente grazie al prestigio che la loro Arte Arcana dava. I quenya tuttavia non si fermarono a ciò, ma nel loro amore per la Sapienza decisero di coltivare anche ciò che poi verrà detta le Antiche Tecniche. Se l’Antica Scienza è il nome con cui spesso i quenya chiamano la Magia, le Antiche Tecniche sono qualcosa che ormai è quasi del tutto sparito tra i quenya ma che negli antichi testi è spiegato con una certa chiarezza.
Le Antiche Tecniche furono dei modi che i quenya trovarono di modificare la realtà senza necessariamente usare la magia. Pare che unendo metalli legna e pietra gli elfi di allora potessero riprodurre effetti che oggi solo con la magia sono immaginabili e forse non più nemmeno con quella. Ponti lunghissimi ed eleganti sospesi nell’aria oppure meccanismi complessi che muovevano tra gli immensi alberi strutture mozzafiato, o che tessevano decine di tele nell’arco di pochi battiti di cuore.
L’uso delle Antiche Tecniche misto all’Antica Scienza, risultava in cose straordinarie: navi di legno e metallo che navigavano veloci come il vento grazie a potenti incantesimi d’aria e fuoco, palazzi di cristallo e magia che parevano sfiorare le nuvole con luminose torri mozzafiato, abiti tessuti con la magia stessa in grado di donare potenti poteri magici e trasformare chi li indossa … sentire queste cose da Yavie a volte mi faceva quasi girare la testa: di quali poteri incredibili furono in possesso questi antichi quenya!!!
Un aspetto importante e del quale l’antica Yavie mi accennò è l’uso dei portali. Pare che il popolo pre-elfico al quale appartenevano i primi quenya, gli antichi Yiu, fossero in grado di maneggiarli con tanta facilità che si stessero avvicinando a giungere agli dei di persona, ed allora questi stessi li limitarono. Dopo ulteriori disgrazie legate all’uso eccessivo dello spostamento planare il popolo elfico che nasceva come continuazione degli Yiu decise di limitarne quasi del tutto l’uso. Tuttavia è risaputo che conoscesse ancora le tecniche di apertura di gran parte dei portali che erano stati usati in passato. Inutile dirlo, la casata quenya pare fosse quella che sia prima che dopo custodiva i segreti per i portali più potenti. Quando ho interrogato Yavie per sapere se qualcosa di questa conoscenza è sopravissuta ai falò senza luce mi ha risposto: “come Earlann insegna la conoscenza è un bene prezioso, ma come Morrigan insegna a volta va tenuta segreta” più di così non ho potuto sapere dall’elfa.
Mi sono chiesta anche come mai delle favoleggiate città dei tempia antichi non rimanga nulla, ma in effetti penso di averlo compresa da sola: se i palazzi erano costruiti e retti da un misto di materia e potenti incantamenti, nel momento in cui i decadentisti avessero potuto spegnere queste antiche magie, le città saranno crollate come castelli di carte …

I falò senza luce e l’Oracolo dell’Antica Via
Su questa parte della storia dei quenya c’è poco, come di ciò che la ha preceduta, dato che fu caratterizzata dalla distruzione delle tradizioni e conoscenze quenya.
I falò senza luce, comiciati più o meno con la fine della casata dei Re, come è risaputo a chi conosce la storia degli Eldar, sono stati progettati con maniacale precisione nei millenni precedenti dai Lantalar (i decadentisti), ed hanno comportato la quasi totale distruzione di tutta la razza elfica, inclusa la casata quenya. In un crescendo di “incidenti” durante un periodo durato secoli, le conoscenze degli elfi venivano annullate ad una ad una da misteriose morti e da improvvise fiamme nere senza calore che riducevano in cenere antichi testi ed oggetti. Una menzione va fatta per L’Oracolo della Antica Via. Se l’Ordine della Antica Via era controllato dai potenti maghi quenya grazie ad i segreti di Amanya, dell’Oracolo si sa solo che uno dei suoi membri di maggiore spessore la Dama Bianca (Da non confondersi con la futura Bianca Dama della regnanza Ondolindelore)era una quenya leggendaria. Essa fu un baluardo di luce durante il crescente caos dell’espandersi dei falò senza luce e dei decadentisti,; viene descrtitta con capelli color platino ed occhi di luce dorata, pare sia stata una delle più grandi veggenti mai esistite. Essa richiamò tutti gli elfi di Lestanore (antico quenya per Hildoriath) nella parte occidentale del continente preveggendo alcune pericolose mosse dei decadentisti, gestì anche la guerra contro gli umani ottenendone la neutralità per la lotta contro gli Djare, e consigliò la dipartita degli elfi dalle colonie dopo la sconfitta dei decadentisti, cosa che fu provvidenziale per la vittoria contro i nani. La Dama bianca fu uccisa insieme agli ultimi membri dell’Oracolo alla fine di quest’epoca turbolenta e si narra che abbia fissato i suoi assassini decadentisti dicendo “Vi stavo aspettando, il mio destino è compiuto, il vostro si compie ed io muoio ma voi perdete”.

L’esodo e Finwerin
Dopo il terribile periodo dello scontro tra decadentisti ed imperialisti, i sindar ed i quenya si trovarono nelle foreste del Doriath occidentale a discutere sul futuro dell’intera stripe elfica, stava iniziando quell’epoca della collettività elfica che viene detta della “Ristrutturazione”.
Fu in quel periodo che per gli elfi silvani emerse l’immagine di Arabella, e per gli elfi alti quella di Finwerin degli Eldamar.
Si racconta che Finwerin era un elfo non particolarmente alto, e nemmeno bello, i suoi capelli, a dispetto di alcune recenti raffigurazioni, non erano affatto dorati come molti quenya, ma neri come la notte, ed i suoi occhi erano scuri e severi e solo la sua carnagione indicava chiaramente il suo lignaggio quenya, chiara come la luce della luna. La sua, tuttavia, era una famiglia nobile che vantava legami di sangue con la casata dei Re ed egli un elfo che dimostò di essere non solo coraggioso ma anche saggio e lungimirante.
Vide la scelta di Arabella e della sua casata, il vivere tra gli alberi quasi come elementi della foresta stessa, come un fermarsi della civiltà elfica, ed era invece convinto che si dovesse ricostruire il più possibile della gloria passata e omaggiare gli antenati e gli dei con città grandiose, possenti ingegnerie ed incantesimi, ed un esercito forte ed organizzato. Alcune parole che disse allora, secoli e secoli fa oramai, sono ancora ricordate:
“Noi figli di Beltaine, come possiamo rimanere nascosti nella foresta, a cacciare cervi ed abbeverarci dai ruscelli per tutte le nostre lunghe vite? Non è poi questo uno spreco del dono della lunga vita che la Madre degli Dei ci ha fatto? Come possiamo noi eldar che glorificammo tutti e due i continenti con l’Antica Scienza e le Antiche Tecniche, ridurci a vivere in piccole dimore tra le fronde? Cosa penseranno di questo gli Arani (“Sovrani”) della stirpe dei Re che ci osservano dalle luminose fronde del Tulip? Ora, dobbiamo riunire tutto quello che rimane delle conoscenze degli Ordini antichi, navigare tra le memorie dei nostri anziani, ed usare queste conoscenze per rifondare un regno d’arte, tecnica, magia e sapienza elevate, che sia un raggio di luce per gli Eldar ed i mortali tutti, oltre che gesto di devozione ed offerta ai Valar.”
Pare che dopo il mancato accordo tra i sindar ed i quenya, Finwerin decise di condurre la sua casata verso una nuova terra a fondare una città da soli, ed incarnare la propria visione di rinascita della razza elfica. Finwerin sapeva che la scelta di Arabella e dei Sindar non era errata, ma semplicemente non era la via che la sua casata doveva prendere. I custordi della foresta erano i Silvani, mentre gli Altri lo erano delle tradizioni, e perciò ci voleva un nuovo luogo dove fondare una città con gli ideali dei quenya.
Una volta decisa la partenza,ci fu molta discusione su dove andare e sembra addirittura che alcuni quenya siano partiti subito senza Finwerin “verso un altro lido” (ma non ho mai più sentito menzione di questi quenya), ma infine pare fu un segno divino a condurre i quenya dove ora risidono.
Un mattino, sopra alle dimore silvane dei quenya, comparve un cigno che volteggiava alto sotto il sole primaverile, era curiosamente grande con ali luminose ed una strana aura serena. I sacerdoti quenya capirono ben presto che era un segno divino, un emissario di Beltaine, se non la Dea della Vita e delle Foreste stessa in forma animale.
Volava verso nord, e fu in quella direzione che i quenya marciarono, salutando per sempre gli alberi della foresta orientale del Doriath in cui lasciavano solo gli elfi silvani.
Dopo una lunga ed estenuante marcia i Tareldar giunsero in una fredda ed inospitale vallata a Nord, in una catena montuosa detta Elverquisst. Gli elfi rimasero assai sopresi nel vedere che il cigno finalmente si pose nelle acque di un lago montano circondato da rocce e terra sterile, oltre che freddo e spazzato dal vento.
Il cigno nuotò con fare delicato fino ad un isoletta al centro della laguna montana e poi propio lì spiccò il volo dissolvendosi in una calda esplosione di raggi di sole dorati; la sorpresa degli elfi fu ancora più grande quando notarono che la reliquia del segmento del Tulip che i sacerdoti custodivano con se cominciò a fare radici e germogli naturalmente, come se volesse essere piantato. Finwerin allora,insieme ai sui seguaci pieni di sorpresa e devozione, lo piantò nell’isola in mezzo al lago.
Nel momento in cui il piccolo segmento di Tulip fu piantato, pare che la valle stessa cominciò a cambiare. L’erba cresceva più verde, ruscelli cominciarono a sgorgare dalla roccia, e germogli di alberi a spuntare in terra che pareva arida. Il Ninque Alda (Bianco Albero) , così viene subito chiamato quello splendido alberello che cominciava a crescere sull’isola, esso era non solo segmento del Tulip, ma anche veicolo della benedizione di Beltaine sui quenya.
I quenya, grazie al loro amore per la natura ed a residue conoscenze antiche di cura della terra e delle acque, riuscirono a sfruttare la benedizione di Beltaine sulla nuova terra in cui si trovavano ed a trasformarla lentamente in un luogo fertile ed ospitale.
Si narra che nel periodo immediatamente successivo all’arrivo a Nord dei quenya ed al piantare dell’Albero Bianco, ci furono furiosi attacchi di mostri di tutti i tipi, che vennero ad orde, come per contrastare la nascita delle nuova città elfica.
Fortunatamente per gli elfi alti, la loro conoscenza dell’Arte della Guerra non si era estinta del tutto, e seppero usare lame ed incantesimi per difendersi in modo efficace.
Tuttavia divenne chiaro che il piccolo Tulip e gli elfi che vivevano sulle rive della laguna erano a rischio e così comincià la costruzione al centro della cittadella di una delle più grandi oper architettoniche che Ardania conosca, la Bianca Fortezza di Ondolinde. Essa nasceva per custodire il Tulip e per proteggere gli elfi durante le invasioni di mostri. Fu costruito con la pietra che era stata scoperta nelle miniere circostanti: la ondo-losse (pietra bianco-neve). Nar Katern fu il leggendario architetto scelto dall’Aran Fondatore per costruire e progettare la città. Egli fece un lavoro splendido, riducendo ed incanalando la laguna in modo da trasformarla quasi in un fossato difensivo, ed fortificando e difendendo il territorio del Tulip, pur conservando grazia ed armonia nell’architettura.
La Bianca Fortezza insieme alla case sulla laguna vennero a chiamarsi Ondolinde, Pietre cantanti, a causa del gradevole suono dei ruscelli e canali che Nar Katern aveva costruito e che scorrevano tra i palazzi.

Il lungo regno di Finwerin
La dinastia degli Eldamar: il solo nome fa venire in mente ai quenya nobiltà d’animo e regalità. Aran Finwerin infatti è noto oltre che come “Il Fondatore” e come uno dei tre leggendari regnanti elfici.
Egli infatti potè godere del Dono delle Lunga Vita della Madre. Questo avvenne agli inizi del regno di Finwerin, quando ancora Ondolinde era giovane. Pare che durante una battuta di caccia in cui Arabella e Finwerin erano insieme, essi persero di vista le loro scorte e si trovarono di fronte ad un apparizione divina di Beltaine. Era una dama splendida e luminosa che comunicò loro il dispiacere per le disgrazie che si erano abbattute sui suoi figli e chiese loro di giurare di proteggere e custudire gli elfi dopo la terribile lotta tra imperialisti e decadentisti. I due giurarono ed allora cominciò a piovere, una calda benevola luminosa pioggia che bagnò i due elfi. Finwerin accorgendosi del potere miracoloso insito in quelle acque ne raccolse un poca in un calice; la Valie lo vide e gli chiese sorridendo che quel calice con quell’acqua fosse custodito alla Splendente, “in attesa del Re dei Mari”.
Questa Benedizione donò lunghissima vita ai sovrani in modo che potessero svolgere la missione di Beltaine nel modo più completo possibile: Arabella, Finwerin, e poi Marip’in, regneranno infatti per più di quanto un elfo possa mai sperar di vivere.
Aran Finwerin usò in modo sempre saggio la sua lunga vita e le sue grandi conoscenze.
L’esodo fino alla valle degli Elvenquisst, la fondazione della Bianca Città, ma soprattutto il senso di coesione ed unità che costruì nella sua lunghissima regnanza questo Aran, non saranno mai dimenticate, e la sua eredità è ancora viva tra gli elfi quenya.

Aredhel Eldamar e l’Impero
Aran Finwerin, ebbe due figli, uno era Makindur, e l’altra era Aredhel. Makindur, che si narra fosse un grande spadaccino, sparì misteriosamente durante una caccia con tutta la sua scorta, così il re si trovò solo con sua figlia Aredhel. Egli volle molto bene a sua figlia e si assicurò che potesse avere un’educazione assai vasta ed approfondita, oltre che una vita protetta e piena di agi.
Aredhel Eldamar non deluse il padre. Era brillante e socievole, oltre che una splendida elfa dai lunghi capelli dorati, e dai profondi occhi mori. A soli cento anni, grazie alle sue doti riuscì ad ottenere un prestigio ed un autorità tali da sostuirsi nella pratica a suo padre per la regnanza. L’ultimo millennio di regnanza di Finwerin è in realtà simbolico, e meglio sarebbe considerarlo come l’era del principato di Aredhel. Finwerin si ritirò a vita privata, dedicandosi al culto di Beltaine ed allo studio di antichi testi, mentre sua figlia regnava in suo nome, facendo cose che avrebbero lasciato per sempre un segno sul reame dei quenya.
Aredhel si assicurò, all’inizio del suo principato, di consolidare il consenso del quale già godevano gli Eldamar ad Ondolinde. L’influente clero di Beltaine vide la rinascita dell’antico ordine delle Madri, fortemente voluto e sostenuto dalla Ninque Heri. La Delegazione del buon risveglio di Morrigan, grandissimi conoscitori di sogni e divinazioni, ebbe in dono non solo libero accesso alla Splendente, ma anche una prestigiosa sede. In cambio l’ordine delle madri diffuse ancora di più il consenso per gli Eldamar tra le varie famiglie quenya, mentre la delegazione del buon risveglio pare ascoltasse ed interpretasse segni divini per ogni sogno della regina, ogni mattina, dando importantissimi consigli anche su cose che dovevano ancora avvenire.
La Bianca Fortezza, da castello difensivo si trasformò in Bianco Palazzo Reale con gli ingrandimenti ed abbellimenti della Ninque Heri. I saggi ed i sacerdoti di Earlann si videro la bibleoteca ingrandita ed abbellita, il clero di Suldanas ebbe le sue tradizionali funzioni amministrative allargate dato che l’esercito venne posto sotto all’egida del clero del Dio Padre. L’esercito stesso venne invece galvanizzato da uno dei proggetti più grandi di Principessa Aredhel, la fondazione dell’”Impero”.
Il progetto più grande di Aredhel infatti, che si rivelò essere una convinta (ma astuta) imperialista, era quello di un nuovo assetto per l’Hildoriath dove i quenya fossero a capo della collettività elfica, giungendo addirittura a sottomettere i drow! In seguito l’amibiziossima conclusione del suo proggetto, dopo aver unificato gli elfi, sarebbe stato un lento riportare le terre degli umani sotto l’egemonia elfica.
Questo proggetto fu preseguito su due fronti, da un lato il potenziamento dell’esercito, dall’altro un intenso ed abile lavoro di diplomazia con gli altri elfi.
La Principessa Aredhel ebbe molti incontri con Berith (“regina” in sindarin) Arabella e con il principe Ersyh, figlio di Aran Marip’in della dinastia degli Elenion di Rotiniel. Con la Regina dei sindar (con la quale si narra avesse un rapporto molto stretto di amicizia e di reciproca stima) raggiunse un importante accordo segreto che in pratica le lasciava mano libera su numerose faccende nel Hildoriath. Con il principe la questione fu molto particolare. Quelli che dovevano essere incontri diplomatici divennero presto incontri romantici. Aredhel sapeva benissimo che l’unione tra lei ed il principe Ersyh avrebbe significato riportare i elfi di Rotiniel (ormai detti “teleri”)ed i quenya, sotto un'unica corona, che lei ovviamente avrebbe voluto fosse quella Eldamar.
Non appena, pochi secoli orsono, la principessa Aredhel, dopo la morte del padre, divenne Tari, cominciarono i movimenti di truppe a sud per marciare nelle caverne dei Drow. La regina infatti aveva già organizzato un piano di conquista dei territori sotterranei dell’Hildoriath. Aredhel riuscì a convincere l’ora Aran di Rotiniel Ersyh ad inviare truppe anche grazie all’amore che li legava, e promesse di ricchezza ai mercanti rotinrim. Gli eserciti Ondolindelore, Tiondino e Rotinirim, con alcune truppe di Silvani, si diressero a sud dove, prepararono un vasto accampamento semistabile.
Pare che il matrimonio tra Aran Ersyh e la Ninque Heri Aredhel stesse per essere annunciato poco prima dell’attacco dei figli di Luugh (che molti pensano inteso a bloccare l’unione tra gli elfi e la guerra contro i drow). Questa importante unione, insieme ad una presunta rinuncia alla corona da parte di Arabella, avrebbe reso Tari Aredhel regina incontrastata degli elfi, e le avrebbe permesso di rifondare l’impero elfico su solide basi espansionistiche. La morte di lei e degli altri sovrani elfici mi lascia la domanda di come sarebbero ora il Doriath ed Ardania se fossero sopravissuti. Con Aredhel Eldamar, finì il sogno di un impero elfico sotto i quenya.
Yavie mi raccontò con nostalgia della Ninque Heri Aredhel, come se questa storia avesse risvegliato in lei una sorta di orgoglio sopito.

L’aspetto fisico dei quenya
Si narra che i quenya, all’inizio del tempi, quando la casata era piccola e giovane, fossero caratterizzati (come tutte le antiche casate) da tratti uniformi. Pare fossero tutti dai capelli biondo oro, e dagli occhi color nocciola. Tuttavia la mescolanza già in antichissimi tempi con altre casate ha portato i quenya di oggi ad avere, oltre ad ancora un gran numero di biondi, qualunque combinazione di colore di occhi e capelli. Gli unici tratti che si è invece conservati uniformemente sono la carnagione assai chiara e l’altezza elevata.
È facile distinguere un quenya da un sindar,grazie all’altezza ed ai tratti. Assai meno lo è da un telero. Molti teleri altro non sono che quenya sanguepuro che differiscono solo per il dialetto e le usanze, tuttavia altri presentano anche una carnagione più abbronzata ed in tal caso non è possibile fare confusione poiché i quenya hanno sempre pelle molto chiara, quasi splendente.

La lingua dei quenya
La lingua dei quenya viene detta quenyalambe, o più semplicemente “quenya”. È una lingua armoniosa e gradevole, ma non quanto il sindarin: se la lingua dei silvani ha conservato molti suoni dell’antico elfico e ne ha creati di nuovi per renderlo scorrevole ed eufonico, il quenya invece ha suoni un po’più duri e semplici ma dell’antico elfico ha conservato la complessa grammatica.
I quenya amano creare nuove e complesse parole, e quindi in un qualche modo tutto quenya, il vocabolario si evolve lentamente ma continuamente, ed i saggi possiedono pergamene su pergamene di neologismi dei quali tener conto.
I quenya parlano sempre in quenya non solo tra di loro, ma spesso anche con teleri o altre stirpi che non hanno una tale padronanza dell’elfico. Non è il quenya che deve adattarsi a loro ma loro che devono sforzarsi a capire il quenya.
I quenya considerano il sindarin molto musicale, ma “poco acculturato” un dialetto semplice, adatto a poesie e canzoni, non ad importanti disquisizioni, tuttavia molti lo studiano per il gradevole suono. Il telerin è invece visto come una degradazione del quenya, e non meritovole di studio o interesse; i teleri vengono a volte gentilmente invitati a “parlare il quenya correttamente” dai quenya, quando parlano il loro strano dialetto.

(Nota dell’Autore: se si intende usare alcune di queste parole in gioco, benvenga, ma attenzione! si sconsiglia assolutamente di usare altre parole oltre a quelle che sono qui presenti, esiste infatti una regola che chiaramente impone l'italiano come lingua di gioco http://www.themiracleshard.com/TMSito/guardaRules.aspx?id=65. La maggior parte di queste infatti, sono di conoscenza comune a tutti giocatori,usarne altre invece significherebbe solo rendersi incomprensibili)

Sing/Plur= significato
Elda/Eldar= elfo/elfi
Tareldar, Calaquendi= tutti modi di indicare i quenya (elfi alti, elfi della luce)
Atan/atani= umano/umani
Perelda/pereldar=mezz’elfo/mezz’elfi
Lestanore o Hildoriath= Terra degli elfi: la prima forma è quella antica quenya, la seconda antica sindarin, la seconda viene spesso usata anche perché più comprensibile a tutti gli elfi.
Quel fara= buona caccia
Quel Du= Buona serata
Quel kaima= Buon riposo
Aiya= saluto d’arrivo, “Salve” Veduì= saluto d’arrivo più formale.
Naàmarie= saluto di congedo
Vala/Valar= dio/dei e Valie/Valier= dea/dee
Aran/Arani= Re,i Re
Tari/Tarir= Regina/Regine e Ninque Heri= la Bianca Dama
Ay/nay= sì/no
Diolla lle/ Annon lle= grazie/prego
Tiond= detta anche “i Calen”, la Verde
Rotiniel= detta anche “i Marilla”, la Perla
Sèler/Sèlerin = “sorella/e”, usato per chiunque appartenga alla collettività elfica.
Tòr/Tòronin = “fratello/i”, usato per chiunque appartenga alla collettività elfica.
Ondolinde = detta anche "i Silala" la Splendente, oppure "Gondolin" (vedi sotto)
Una particolarità del quenya è il nome del loro reame nel nord: in teoria il termine quenya sarebbe Ondolinde, pietre cantanti, eppure ora ho sentito spesso usare Gondolin. Con mia grande sorpresa ho scoperto che Gondolin è il termine sindarin per Ondolinde e che il suo uso è legato ad un episodio. Si narrà che un millennio fa, quando ancora Finwerin regnava, ci fu un attacco ad una carovana di quenya diretti ad omaggiare la regina Arabella dei Sindar guidati da un sindar. Quando la carovana fu attaccata da un orda di minotauri improvvisa, nella foga della battaglia la guida silvana gridò “an Tiond! An Gondolin” ed aprì la strada salvando tutti i quenya. Da allora, un po’ per la gratidudine un po’ per la gradevolezza del suono, i quenya usano anche questa parola per indicare la loro città.

La mentalità dei quenya
- La magia e la natura
- L’Imperialismo la purezza di sangue
- Il Ritualismo Quenya

I quenya, la magia e la natura
Per quanto ne sapevo, la magia è una cosa arcana e misteriosa che esula ciò che “normale” e naturale. Questo, come ben presto scoprii, non vale per gli Alti.
Natura e magia sono strettamente legate, quasi un tutt’uno armonico.
L’una non può esserci senza l’altra, una perfetta simbiosi. I quenya vedono la Magia come una diversa manifestazione e forma della Natura. In fondo la Dea della Magia, quando fece il suo grande Dono, non fece altro che unire i diversi elementi della natura, e l’essenza stessa della natura e dei suoi elementi è ancora distinguibile nelle divisioni che ci sono tra le varie “sfere” di influenza e manipolazione magica. La distizione tra il fuoco che arde naturalmente dopo un fulmine, o quello creato da un incantesimo di un mago è flebile per un quenya. Sono due manifestazioni dela Natura che i Valar hanno posto a questo mondo. Morrigan non ha creato la Magia ha solo creato un nuovo modo di manipolare e vedere ciò che i Valar tutti hanno creato.
La Magia è insita nelle cose, non si “crea” con l’incantesimo. I Quenya, anche grazie alla loro antica storia di legame con la magia, si sentono come “soffusi” continuamente di Magia.
Per mostrare il rapporto privilegiato dei Tareldar con la Magia è rilevante che io citi una particolarissima arte magica, la Tessitoria Arcana, antica arte magica praticata e conosciuta solo dagli eldar.
la Tessitoria Arcana è l'arte di fondere più magie assieme, tessendole come una trama, creandone una più potente, o in ogni caso più efficace allo scopo designato. Era un'arte talmente complicata e difficile per i suoi vari bilanciamenti tra magie, che era diventata prerogativa quenya. Ciò è dovuto anche al fatto che molti dei Segreti di Amanya riguardavano proprio quest’antichissima arte, e quindi la tessitoria degli Alti è sempre stata più raffinata e potente di quella degli altri elfi.
Molti saggi umani sostengono che essa sia ormai estinta dai tempi dei falò senza luce, ma Yavie mi ha invece sostenuto che queste conoscenze dimorano ancora tra gli elfi, senza precisare nulla di più.
La natura è vista diversamente da come la vedono altri elfi. Secondo i Tareldar, Beltaine e Suldanas hanno creato flora e fauna a questo mondo per gli elfi. Quindi se i Sindar si vedono come uno dei tanti elementi della natura, i quenya vedono invece la natura come uno degli elementi degli elfi, e che va da loro custodito, non come cosa superiore ed immutabile, ma come dono fatto loro dagli Dei.
Questo si vede anche nel modo quenya di percepire l’armonia nella Natura. La natura “perfetta” non è quella selvaggia della foresta vergine, ma quella della foresta curata dagli elfi, dove alberi malati sono abbattuti, rami potati correttamente, gli animali protetti e custoditi e le acque incanalate. Certo non dobbiamo immaginare un tipo di modifica sulla natura come quelli che fanno gli umani, ma rispetto ai sindar, che ritengono la natura perfetta quella selvaggia, la differenza è netta.

L’Imperialismo quenya e la Purezza di Sangue
L’imperialismo per i quenya è stata una delle cose che ho compreso in più tempo. L’antica Yavie era riluttante a spiegarmela direttamente, ricorrendo invece a complessi giri di parole. Grazie a numerosi accenni qua e là, ed alla faticosa lettura di alcuni testi, sono riuscita finalmente a comprendere cosa è rimasto di questa antica corrente di pensiero tra gli elfi Alti.
Pare che nelle ere passate fossero i quenya ed i drow le due casate che ebbero i più grandi pensatori del Caneldarion (letteralmente “comando degli elfi”, Imperialismo). Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che l’imperiasmo delle due casate fosse identico. Si vennero a creare col tempo due grandi correnti di pensiero all’interno dell’imperialismo che avrebbero poi comportato duri contrasti tra le due casate (ed infine la guerra dei 100 anni).
L’Imperialismo consiste primaditutto in una certezza della superiorità dei figli di Beltaine, su tutte le altre stirpi di mortali, e questo è un capisaldo di entrambe le correnti. Differenze notevoli sono sul come applicare questa superiorità.
La prima corrente, quella che in antichità ha dominato durante l’epoca delle colonie sul continente umano, è detta Imperialismo della Terra, Caneldarion Kemeno. Questa ha sempre dominato incontrasta nella casata Drow (ancora oggi pare) e vede come unica via perseguibile e coerente l’imposizione della proprio superiorità su tutte la altre razze “inferiori” attraverso la forza militare e la coercizione. L’ultima grande Imperialista della Terra fu Tari Aredhel.
La seconda corrente, L’Imperialismo del Cielo, Caneldarion Menelo, vede l’applicazione della propria superiorità attraverso un egemonia culturale e non militare. Gli elfi non devono diffondersi imponendosi militarmente, ma dimostrando la superiorità della loro cultura e diffondendola nel resto del mondo. Questa seconda visione è sicuramente quella che domina oggi ad Ondolinde, e quella che io oserei definire più “aperta e tollerante” verso noi umani. Solo dopo aver capito bene questa distizione ho capito anche il senso delle narrazioni della Vecchia Yavie, sì, da un lato, era felice di raccontarie le sue lunghe storie e provava simpatia nei miei confronti, ma dall’altro lei mi stava dimostrando la superiorità della sua razza e inducendomi a accettarla e comportarmi di conseguenza.
La purezza di sangue è un aspetto che è andato e venuto nei secoli nella cultura quenya; non una cosa fissa ed immutabile; per quello i quenya hanno una certa variabilità somatica.In questi ultimi anni tende a dominare la visione imposta dall’editto di Lorac Isildur. L’unirsi ad altri elfi non è vista come cosa gravissima, solo sconsigliata, dato che si rischia di disperdere il sangue e la forza della casata quenya, comunque,particolarmente se il figlio mezzo non quenya cresce con la cultura dei Tareldar ed ancor meglio ad Ondolinde, questo viene acettato al punto di venire spesso considerato quenya, e l’unione può allora essere anche vista come un arricchimento alla stirpe.
Verso i mezz’elfi invece l’atteggiamento è diverso, ma tratterò ciò in seguito.

Il ritualismo quenya
Questo è un aspetto unico della cultura degli elfi della Luce. Nessuno me lo ha mai direttamente spiegato, ma è chiaramente visibile fin dai primi contatti con i quenya.
Per i quenya non conta soltanto il “cosa” uno fa, ma moltissimo anche il “come”. Spesso lì sta la distinzione tra un gesto urbano e civile, ed uno grezzo e sgradito. La “superiorità” dei quenya sta anche in questo aspetto che è quasi del tutto assente nelle altre stirpi elfiche.
Ho assistito una volta alla preparazione di una importante dama quenya per un ricevimento dall’Aran.
Insieme a delle sue aiutanti andò in un giardino nei pressi di una cascata e si sedette davanti alla acque del lago, usandole come specchio. Poi cominciò lentamente ad essere truccata da un’elfa, uno splendido e complesso motivo floreale sul volto. Nel frattempo, ogni volta che la truccatrice cambiava colore, un’altra elfa suonava una piccola campana che rieccheggiava sulle acque, e cantava brevemente un inno dedicato al colore che veniva scelto. Poi un'altra elfa offriva acqua della cascata ponendola in piccole raffinate tazze di cristallo che disponeva davanti alla dama ogni volta in forme diverse, precise e simmetriche. Il tutto durò quasi tutta la mattinata. Quando ingenuamente interrogai una delle elfe sul motivo di una “cerimonia tanto lunga” l’elfa rispose semplicemente “perché dovremmo fare altrimenti? C’è fretta?”.
Il ritualismo quenya si vede in tutti i momenti della loro vita, tutto è fatto con un certo ritegno e controllo e non appena c’è tempo con una qualche cerimonia, da un pasto, alla vestizione di un’armatura. Tutto ciò rende la vita di un quenya arte ed armonia continua.
Sono convinta del fatto che, oltre all’antichissima cultura, questo comportamento sia dovuto anche alla lunghissima vita ed all’abbondante quantità di tempo dei quali gli elfi dispongono.

La religiosità quenya
Anticamente, gli elfi erano una stirpe talmente religiosa, che non era chiaramente possibile distinguere dove fosse l’aspetto religioso, da quello temporale della loro quotidianità, e lo scorrere della vita elfica era intrinsecamente mistico.
I quenya sono sicuramente gli elfi che più hanno conservato la religiosità non solo come momento di fede, ma anche come misticismo nella quotidianità.
Infatti rispetto al parlato quotidiano sindarin e telerin, c’è un’assai maggiore quantità di riferimenti ai Valar, nel modo di parlare dei quenya che generalmente tra gli altri elfi è riservato solo ai sacerdoti.
Verso i sacerdoti dei Valar, i quenya conservano ancora oggi un profondo rispetto, reminescente dei tempi in cui tutta la società degli eldar era dettata dalla religione. I quenya officiano molte cerimonie religiose e tendono spesso a partecipare con frequenza anche a quelle fatte da altri mebri della collettività elfica.
Le messe dei Tareldar sono caratterizzate da un elevato quoziente di ritualità e solennità, con canti celestiali ed arcaiche parole di devozione, ed avendo avuto l’onore di assistere ad una, posso dire di aver avuto veramente la percezione di essere più vicina agli Dei.

Beltaine per i quenya
Beltaine è la Dea Suprema per i quenya. È l’essenza che ha generato due dei Valar, insieme a Suldanas, ed è colei che con le sue lacrime ha dato vita agli eldar.
Dato il profondo legame che gli alti hanno con le origini, siano di sangue o tradizione, Colei che incarna l’orgine prima, dopo il Tulip, viene vista con grande rispetto.
Beltaine è sempre avuto un posto speciale nel cuore dei membri della casata, fin dai primordi. Questa venerazione non è andata che rinforzandosi col ruolo che la Valie ha avuto negli ultimi millenni: la protezione e guida durante l’Esodo di Finwerin, la benedizione ed il dono di fertilità che attraverso il Bianco Albero concesse alla Valle Celata, il Dono della Benedizione della Lunga Vita e molti altri miracoli e benedizioni che i quenya sono stati felici di raccontarmi.
Ho anche scoperto che la Dea della Vita e delle Foreste, a differenza di quello che si pensa nelle terre degli uomini,non è venerata solo dalle madri e dalle elfe, ma da tutti gli strati della società dei Tareldar.
Essa è innanzitutto creatrice di “Ea” il semplicissimo termine quenya per “Natura” ed oltre a questa importantissima funzione è per i quenya anche Valie Caleo, Dea della Luce, in quanto i quenya dicono che il sole e la luna altro non sono che i due occhi di Beltaine. E la luce è vita: Beltaine dunque è nascita, vita, natura, luce ma è anche tradizione.Beltaine è associata fortemente col concetto di conservazione della propria identità da parte dei quenya, non solo come custode della stirpe e degli elfi tutti, ma anche come custode delle tradizioni più antiche.
Beltaine è quindi rappresenta in un tutt’uno armonico , la natura, gli elfi e le loro origini, oltre che metafisicamente il concetto di nascita e creazione.
Il rispettato ed amato clero beltainita quenya si divide tradizionalmente in due categorie: sacerdoti e sacerdotesse. Questi sono sia coloro che hanno il legame più stretto con la natura, ma sono anche partecipi attivi della conservazione delle antiche tradizioni.
Le sacerdotesse di Beltaine sono quasi sempre appartenute all’antico Ordine della Madri, ordine potente ed influente, ma anche amato dalla gente comune. I sacerdoti invece hanno sempre fatto parte dell’Ordine del Sole, tradizionalmente più piccolo.
L’Ordine del Sole ha avuto, come quello della madri, fasi alterne, e nella sua ultima reincarnazione non è più ristretto ai sacerdoti di Beltaine, ma è divenuto aperto a tutti i sacerdoti dei Valar divenendo quindi più grande dell’Ordine delle Madri stesso. I sacerdoti di Beltaine vi rimango comunque con un ruolo rilevante, e vengono detti Raggi di Sole.
Una cerimonia molto antica conservatasi ad Ondolinde, tra i quenya, è quella del “Ringraziamento al Sole” l’unica ove a officiare la cerimonia è tradizionalmente un sacerdote maschio beltainita. Si tiene generalmente d’estate ed è un antico rituale ove gli il clero di Beltaine tutto, benedice i campi e le foreste del regno di Ondolinde e ringrazia la Valie per la luce del sole. In questo rituale il sacerdote di Beltaine versa acqua santa sulla terra con l’antico Calice del Sole, preziosa reliquia di Beltaine.
L’Ordine delle Madri è dominato dalle sacerdotesse della Madre degli Dei ed ha specifici rituali legati alle fasi lunari. All’inizio rimasi confusa riguardo a ciò, pensando che Beltaine fosse legata al Sole e non alla Luna, dimora di Morrigan. Ho scoperto che per i quenya Morrigan rappresenta solo un aspetto della Luna, ovvero quello di doppiezza, di cambiamento e di mistero. Mentre la la Madre degli dei incarna per i quenya l’aspetto di legame con la femminilità e fertilità strettamente legata alle fasi lunari, ed al ciclo naturale della Vita. La Luna è inoltre uno dei “Due Occhi” di Beltaine, l’altro è il sole, che è simbolo della luce, della vita e della nascita procurate dalla Dea.
Beltaine viene detta tra i quenya: Alatamille ”Grande Madre”,Amille Valarion ”Madre degli Dei”,Valie Caleo ”Dea della Luce”, Valie Cuivieo ar i Taurion “Dea della Vita e delle Foreste”, Amille Eldarion “Madre degli Elfi”.

Gli altri Valar per i quenya
Ovviamente oltre a Beltaine, i Quenya ripongono grande venerazione anche negli altri Valar, ed in particolare in Earlann è Suldanas.
Earlann è visto con molto rispetto poiché per i quenya esso rispecchia la serenità e la calma che dovrebbe possederli nel loro fare quotidiano e nel momento delle scelte; Earlann è saggezza e serenità, oltre che oculatezza. L’aspetto di Conoscitore invece è un po più particolare per i quenya. Mentre per gli altri elfi, Earlann è il Vala supremo della conoscenza, i quenya vedono la conoscenza più antica come dono della Grande Madre, insito negli eldar, mentre Earlann si cura di svilupparla ed ingrandirla. Earlann, come l’acqua che scorre, porta avanti e mantiene la conoscenza ma la vera fonte è Beltaine, dea della nascita. Da ciò ne deriva che i custodi delle tradizioni e gli studiosi tendono spesso a venerare Beltaine più di Earlann, mentre coloro che creano nuovi scritti o opere d’arte hanno un legame più forte con Earlann, in quanto Conoscenza nel Suo evolversi.
Una famosa cerimonia dedicata ad Earlann tra i quenya è la “Parola Celeste”, in tale rituale i sacerdoti di Earlann di Ondolinde invitano tutti gli elfi del Doriath a scrivere una poesia su un particolare tema,spesso religioso, ed il vincitore riceve un premio durante una sontusa cerimonia di ringraziamento al Vala, per lo scorrere del sapere (spesso simboleggiato da una cascata in vicinanza).
Suldanas, è, come per tutti gli elfi, una delle divinità più venerate con Beltaine, anche se per gli Elfi della Luce, non v’è dubbio che Beltaine sia un gradino sopra, grazie alla sua potenza generativa. Suldanas è visto come Custode dell’Equilibrio, tra i quenya, più che come dio animale e silvano. Egli infatti veglia su ciò che la Grande Madre, sua consorte, ha creato, in modo severo ed impassibile, giungendo sempre al giudizio più neutro e giusto. Curiosamente, la visione di Giudice Inflessibile che i quenya hanno di questo Vala, porta loro ad evidenziare una filosofia che poi molti sacerdoti e fedeli abbracciano, ovvero il fatto che il bene ed il male siano un equilibrio necessario, un alternarsi dinamico dove uno ha bisogno necessariamente dell’altro.Quindi la presenza anche di Valar malvagi, e di elfi che fanno male alla collettività,o anche di disastri naturali e quant’altro è tutto frutto di un misterioso equilibrio del quale gli eldar sono ignari attori. Tale teologia tuttavia non trova tradizionalmente il clero di Beltaine e Morrigan favorevoli che credono nel male come un “difetto” del bene che bisogna mirare semplicemente ad annientare. Certo nella pratica non è che poi il clero di Suldanas non si dia da fare per difendere i quenya e la collettività, ma lo fa semplicemente su diverse basi, diviene un gesto di “mantenimento dell’equilibrio”.
Tradizionalmente il clero quenya di Suldanas è legato sia alle funzioni giudiziarie cittadine, sia all’esercito. Un tipica cerimonia riservata al clero di Suldanas è il “Giudizio Infuocato” che viene officiata prima di una qualche importante scelta, sia essa di un giudice o di un’importante autorità. In questa cerimonia pare che i sacerdoti usino un fuoco purificatore ricco di incensi per ispirare divino discernimento in colui che sta scegliendo.
La Dea della Magia e della Dissimulazione, Morrigan, ottiene un posto di speciale venerazione tra i quenya, poiché pur non essendo stata una delle fedi con più seguaci, possiede delle importanti sfere di influenza. Il Dono di Morrigan, la Magia, è una delle cose più preziose degli eldar, ed i quenya le sono molto grati, non solo tra i maghi. Un'altra dono che la Valie loro concesse a lungo fu la segretezza della valle in cui dimora Ondolinde, detta appunto Celata. Sembra che fu proprio grazie ad una benedizione che lei pose che per molto tempo la città sarebbe stata nascosta ad occhi indegni. Tuttavia tra i quenya, l’aspetto ad essere maggiormente esaltato è senza dubbio quello di Madre della Magia, e di Dispensatrice di Sogni, non quello di Signora degli Inganni.
Riguardo al legame coi sogni, assai rilevante è la presenza di una antico ordine, la Delegazione del Buona Risveglio: Se i Lupi di Fuoco di Suldanas sono stati tipicamente ospitati a Tiond, le Onde d’Argento di Earlann a Rotiniel e L’Ordine delle Madri di Beltaine ad Ondolinde, questa delegazione invece è stata in passato per secoli itinerante, interpretando i sogni dei regnanti ed ammomendo sui pericoli degli elfi.
Fu Aredhel Eldamar, quando era ancora principessa, a convincere la Delegazione a fermarsi nella Splendente, concedendo loro una prestigiosa posizione di personali divinatori della corona Eldamar. Nonostante ciò essa continuò a mantenere una valenza continentale, e spesso ha viaggiato, anche per lunghi periodi(spesso anche nella ricerca di nuovi membri con misteriose tecniche divinatorie), nelle altre città elfiche. Questo aspetto di legame con tutte le città e le regnanze è ben visibile nella Cerimonia dei Sogni, che nonostante si tenga tradizionalmente nella città che li ospita, Ondolinde, vede invitati tutti i regnanti ed i cleri delle città elfiche.

Il Tulip ed i quenya
IL Tulip, come è noto, è l’immenso e divino albero dal quale nacquero i tre primi dei Elfici. Esso è venerato da tutti gli elfi, come inizio e fine del Tutto, e come essenza genitrice di tutte le cose.
I quenya avevano da tempi immemorabili un “frammento” del Tulip(una radice o un rametto, i testi non sono chiari). Fu così conservato, per millenni, nella sua lenta autogenerazione, fino a quando Finwerin ed i suoi non lo piantarono al centro della laguna dove stavano fondando Ondolinde. Ai tempi antichi pare fosse strettamente legato alla corona ed i quenya, come suoi custodi, avevano un posto molto vicino alla Casata dei Re.
Il frammento crebbe fino a divenire il Bianco Albero che noi conosciamo, e che ho avuto la fortuna di visitare, che viene detto Tulip, pur essendone solo un frammento.
Per i calaquendi, l’Alda Ninque, il Bianco Albero, è circondato di una speciale venerazione a causa, di molti fattori.
Innanzitutto esso è diretto frammento, di sacralità ed essenza del Tulip “vero” e quindi è frammento della materia che generò i valar stessi. È inoltre anche essenza da cui tutta la natura di Ardania fu generata. Particolare è anche il fatto che i quenya siano convinti che il Bianco Albero sia dominato da “un’Antica Coscienza”, ovvero da una certa senzienza. Per i quenya, il Bianco Albero intercede tra i Valar e gli eldar, con la sua sacra presenza, e nel farlo ha una volontà, che non è di facile comprensione ma è presente.
Aggiungendo che è grazie al Bianco Albero che si è potuta rendere fertile la Valle celata, e che per esso prima i quenya ed i sindar scesero in guerra contro i drow, si capisce quanto influisca sulla cultura e la fede dei quenya. Esiste anche un gruppo di quenya che lo adora come una divinità del tutto senziente.
Il Bianco Albero è, nel cuore dei Quenya secondo solo ai Valar ed al Tulip “vero”. Esso viene spesso detto Alda Ninque, Bianco Albero, Alda Cuileo, Albero della Vita,i Aina Alda, l’Albero Sacro o a volte semplicemente il “Tulip”.

La società dei quenya
La più perfetta armonia, a ciò mira la società quenya.
Ho potuto ben vederlo nella mia esperienza con gli alti. La loro società forse è quella che ricorda di più l’antica società elfica che c’era prima dei falò senza luce. Per i Tareldar, il senso di coesione di collettività elfica è in qualche modo più “puro” rispetto a quello sindar, influenzato molto dal rapporto con la natura, e quello telero, influenzato da mille culture straniere.
I quenya tra di loro mantengono un atteggiamento, seppur da un lato posato ed apparentemente talmente cordiale da parere freddo, in realtà che è dettato da un alta considerazione del prossimo e del legame viscerale che viene dal senso di collettività elfica. Col tempo ho notato quanto spesso i Calaquendi si lascino andare a sorrisi ed parole gradevoli tra di loro. I quenya nella loro vita ricercano continuamente il dominio delle proprie emozioni, ben più dei sindar, il quenya è controllato e giudizioso, e non esserlo viene visto come una gravissima mancanza.
La vita del quenya è molto ben organizzata, come da tradizione elfica quindi le tre radure vengono seguite con rigore. Esse sono caratterizzate da un dose molto elevata di studio scritto e di memorizzazione di tradizioni e storia elfica, oltre che dallo studio della complessa lingua e letteratura quenya. I quenya che non si ritrovano nell’impegnativo studio delle radure, finendo di concluderle alla seconda radura, o che si trovano insoddisfatti al momento dell’inserimento nella società quenya, di solito lasciano Ondolinde per andare a Rotiniel, e cambiare vita. In tal caso assumono molto delle caratteristiche dello stipite elfico dei teleri, pur rimanendo per molti aspetti fedeli alle loro origini.
La vita per i quenya scorre lenta, ed essa viene riempita di attività artistiche, religiose e lavorative, tutte viste come un contributo all’arricchimento della società quenya e della collettività elfica intera.
È rilevante anche mettere in evidenza la visione della battaglia degli Alti. Un calaquendi che si è votato alle armi, le tratterà col tipico rituale rispetto dei quenya, e tratterà anche il suo nemico con eguale rispetto ed onore, scendendo in battaglia solo se veramente necessario.
La tradizione marziale quenya è assai forte e pone le sue radici nell’antico imperialismo di cui i quenya (ed i drow) erano i principali rappresentanti.Un antico metodo di strutturare i loro eserciti che nelle ere si è rivelato vincente, è quello dei Vaiwar Ohtasse, i Venti di Battaglia, che si potrebbero definire delle legioni, assai ben strutturate, sempre dallo stesso numero, che vengono comandate da abili generali. Questa struttura fu creata da Valaine Mornil, grande generale dei tempi di Finwerin e fu basata sulle antiche tecniche di guerra dell’era Imperialista.

Arti e prodotti quenya
I Quenya, a differenza dei teleri, che producono manufatti e oggeti artigianali al fine di commerciare con le altre razze, tendono invece a produrre piu per il proprio piacere artistico, scambiandosi oggetti come forma di socialità, al fine di soddisfare il loro bisogno di armonia ed estetica negli ambienti in cui vivono.
L’arte dei quenya è legata alle miniere dei monti Elverquisst, per cui ne risulta che i Tareldar sono superbi orafi e gioiellieri. Le collane ed i gioielli di Ondolinde vanno a ruba nel resto di Ardania, e sono universalmente apprezzati.
Un’altra arte in cui gli Alti sono noti è la lavorazione della pietra, particolarmente la loro pietra bianca, la ondo-losse , utolizzato come materiale di costruzione della capitale.
L’Alchimia ha un posto speciale tra le arti quenya, in quanto viene vista con una sorta di misticismo. Nella sua strana unione di naturale ed innaturale, ricorda ai quenya i tempi in cui tecnica e magia era uniti nel sapere di questa casata.
La cucina quenya è assai interessante, come ho potuto vedere, non solo per i curiosi accostamenti di gusti, ma anche per l’aspetto coi quali vengono presentati. Per il quenya conta moltissimo l’aspetto del cibo…spesso e volentieri, dati gli strani accostamenti della loro cucina,ne ho apprezzato maggiormente l’aspetto che il sapore…
Gira la voce ironica tra i teleri ed i sindar che la cucina dei Calaquendi sia per l’occhio e non per il palato, anche se a quanto pare agli Alti piaccia per tutti i suoi aspetti. Ovviamente i quenya conoscono molti piatti gustabili a tutti gli altri popoli, alcuni interessanti esempi sono:

Il "nettare di Luna" una gradevole zuppa dal curioso sapore agrodolce, circondata da un misto di verdure e filetto di cervo, saporiti da sughi fatti con le erbe speziate della valle Celata oppure il piatto de " i 9 formaggi dell'Aran",del quale ho anche imparato la ricetta: è lepre alla griglia con fonduta di formaggio fresco aromatizzato; Yavie mi ha mostrato come si disossa la lepre e si mette sulla griglia mentre il formaggio si fonde. Quando questo è liquido lo si aromatizza con le erbette. Quando invece la lepre è a metà cottura la si cosparge di formaggio fuso e la si rimette sul fuoco così da farci una crosta sopra. Si presenta infine la lepre sul piatto cospargendo prima un ultimo cucchiaio di formaggio fuso(dei 9 formaggi dell'Aran) con vino bianco. Infine , come da buona tradizione quenya, si decora il tutto in modo minuzioso con foglioline di erbe aromatiche.
In quante a bevande i quenya sono assai appassionati di succhi e di sidro, e tendono a bere pochi alcolici, unica eccezione è il vino, che ha delle piantagioni assai apprezzate e rinomate nelle colline di fondovalle presso Ondolinde. Il vino bianco quenya è famoso per il suo sapore delicato ed è tradizionalmente lasciato riposare nelle botti di legno di pino dei monti Elverquisst.
In quanto a vestiario, i Tareldar favoriscono come da tradizione elfica,leggeri abiti su misura che lasciano spesso intravedere molte più parti del loro corpo di quante non lascerebbe un abito di una donna loknariana. Esistono principalmente due mode ad Ondolinde; quella degli abiti più aderenti e quella degli abiti più larghi e svolazzanti. Non mi è mai stato del tutto chiaro come si alternino, ma pare siano in qualche modo legati alle stagioni ed a scelte delle dame elfiche più in auge. In entrambi i casi gli abiti presentano splendidi e raffinati ricami e rifiniture che sono spesso riconoscibili da intricati motivi di iscrizioni quenya, talmente elaborate da parere illustrazioni.

Musica dei quenya
I quenya hanno un’antica tradizione musicale, probabilmente la più invariata nei secoli, rispetto alle altre culture elfiche.
Probabilmente la maggiore espressione della musica quenya è quella per i riti sacri. In tali momenti i Tareldar si uniscono in cori di unica bellezza, con voci splendide che paiono giungere fino ai loro dei. I cori di voci si alternano in modo armonico e perfetto, creano melodie possenti e raffinate allo stesso tempo.
Rispetto ai sindar i quenya dimostrano una vasta predilezione per le voci rispetto agli strumenti, anche se questo non significa che non abbiano bellissimi strumenti di cui fanno buon uso; in particolare l’arpa, assai amata. La musica più quotidiana, e non sacra, consiste spesso in una voce accompagnata da un arpa o qualche altro strumento. Le canzoni hanno spesso temi di antiche storie d’amore o d’avventura, e più raramente temi silvani.
È necessario fare menzione del rapporto tra musica quenya e telera. Quest’ultima si è assai evoluta rispetto all’originaria musica quenya e le due non si somigliano più. Tuttavia nonostante la differenza, le movimentate danze dei teleri(particolarmente quelle meno “umanizzate”) esercitano un curioso interesse tra i Tareldar, e la loro fama di “Lindar”, cantori, è apprezzata anche ad Ondolinde, tanto che una volta potei assistere ad un concerto di un famoso cantore telero che fu ufficialmente invitato per suonare alla Splendente.

Sentimento verso gli altri popoli
Ora qui descriverò quello che ho colto della visione che gli Alti hanno verso il resto dei popoli ardani. Preciso che, nonostante la forza coesiva del senso di collettività elfica, ci sono opinioni più o meno divergenti tra i quenya riguardo agli altri popoli e qui riporto solo quelle che sono le tendenze generalmente condivise. Un appunto che vorrei fare per chi si appresta a cercare di comprendere il rapporto tra i Calaquendi ed il resto delle genti ardane è di distinguere coloro i quali fanno parte della collettività elfica (sindar e teleri) da coloro che non ne fanno parte. Verso i primi, nonostante le grosse differenze, c’è un irrazionale ed innato senso di vicinanza,considerandosi essi stessi fratelli che hanno scelto strade diverse,per cui essi cercano di minimizzare le differenze, cosa che non succede ovviamente verso gli esponenti delle altre razze.
Nei rapporti con gli altri elfi è da ricordare che i quenya si sentono come i mediatori tra la chiusura dei sindar e l’apertura dei teleri, oltre che custodi delle tradizioni “per tutte e tre le stirpi”. Insomma gli “elfi” per antonomasia. Ciò tuttavia non è quasi mai espresso apertamente.

Quenya sui Sindar
I quenya provano sentimenti piuttosto positivi verso i Sindar,detti anche i Grigi. Li ammirano per il loro legame con la natura e per l’armonia perfetta che hanno con la terra, le piante e gli animali che Beltaine e Suldanas hanno posto nel mondo. Tuttavia i quenya temono che lo stile di vita dei sindar, con il loro desiderio di chiudere la collettività elfica su se stessa, sia pericolosamente reminiscente dell’antico decadentismo che portò quasi gli elfi all’estizione. Non a caso ho visto nella biblioteca di Ondolinde molti testi antichi portati da Tiond, come se i sindar dovessero da un giorno all’altro perderli.
Insomma gli Alti apprezzano molto l’equilibrio con l’ambiente che caratterizza i Sindar, ma sono convinti che il fortissimo accento che essi vi pongono tenda ad allontanarli dalle tradizioni elfiche.

Quenya sui Teleri
Apparentemente i rapporti tra teleri e quenya sembrano essere dominati da un certo distracco e incomprensione. Questo in parte è vero, tuttavia va visto come il contrasto che può esserci tra due fratelli: essi sono diversi e spesso non vanno d’accordo, ma sono dello stesso sangue e della stessa famiglia, e quindi su certe cose hanno un legame indissolubile.Inoltre I tareldar vedono i teleri, seppur come un pericoloso allontanamento dalle tradizioni della casata quenya, come parte necessaria della collettività elfica. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capirlo, ma poi ho compreso che per i quenya i teleri sono indispensabili per mantenere la purezza culturale dei quenya, poiché gli Alti, a differenza dei Silvani, riconoscono l’importanza dell’avere contatti col resto di Ardania, ed i teleri hanno sempre svolto questo compito per la Collettività Elfica contribuendo ad impedire che essa si chiudesse e decadesse su se stessa. Rimane il fatto che nella quotidianità, i quenya trovino i teleri decisamente “umanizzati”, e sono sempre ben disposti a trovare occasioni per “aiutarli a ritornare alla tradizione”.


Quenya sugli Atani
Gli Atani, così vengono chiamati in quenya gli umani. Verso di noi i quenya tengono un certo distacco, dovuto a vari fattori. Gli Alti vedono gli umani come "barbari" innanzitutto, oltre che per la cultura assai meno antica ed il breve arco vitale, anche per la mancanza dell'istintivo senso di coesione che caratterizza tutti gli elfi. Mentre i loro cugini teleri sono spesso affascinati da questa diversità e dal dinamismo e l'istintività che caratterizza gli umani, i quenya invece ne vedono di più la pericolosa imprevedibilità e la mancanza di ponderazione.
Grazie alla loro saggezza tuttavia, i Calaquendi riescono a trovare anche negli umani elementi che considerano degni di grande fiducia e rispetto: un umano di tale sorta viene eletto "amico degli elfi" (quenya "elendil", "meldo" o "Sha'quessir", sindarin "mellon").
é interessante notare come generalmente i quenya nascondo il loro senso di superiorità verso gli umani con una facciata di impassibile rispetto o condiscendenza, ed è solo con un approfondita conoscenza che mi sono resa conto della posizione nella quale sentono di trovarsi nei nostri confronti.

Quenya sui Pereldar
I “pereldar” (mezzi = “per-“ ;elfi = “eldar” ;sing =“perelda”) sono visti con dispiacere e malinconia dai Calaquendi che li vedono come un “errore”, frutti della collettività che rimarranno sempre immaturi, oltre che un indebolimento del sacro sangue dei figli dei Valar. Prima che isildur ponesse veti sulla nascita e crescita di figli di sangue debole (mezz'elfi), Tari Aredhel Eldamar decise di accettare per un breve periodo alcuni mezz’elfi (ed addirittura umani) nella città, con l’intento di integrarli completamente nella cultura quenya, ma i risultati furono scarsi. Al momento è dominante l’idea di Lorac, che è anche la più tradizionale, e quindi i mezz’elfi che nascono tra gli Alti vengono mandati ai confini del Reame Elfico, alla Perla, oppure proprio sul continente umano. Un quenya tende tuttavia sempre a considerare un mezz’elfo un individuo con “più potenziale”d’un umano a causa del suo sangue elfico.

Quenya sui Naucor
I “Naucor” (“tozzi” sing. "Nauco"), i nani sono visti come come popolo lontanissimo dagli elfi, e non meritevoli di attenzione. Data la storia di guerra tra i due popoli nell’antichità c’è molta diffidenza, tuttavia anche un leggero senso di colpa dovuto alle condizioni durissime che furono imposte ai nani sconfitti. A seguito della liberazione dei nani ed al loro ritorno alla superficie sta facendo scemare questo secondo sentimento, lasciando più spazio al distacco più completo.

I Tareldar hanno una lunga serie di antiche leggende e storie, alcune puramente cronache, altre talmente antiche da sfumare in leggenda. Nelle storie di questo antico popolo risulta quasi sempre focale la presenza di qualche antico artefatto, elencherò qui alcuni di quelli che mi hanno colpita di più.

I Otso Enyalar Nosseo “Le Sei Memorie della Casata” : Come è risaputo la casata quenya è quella che ha conservato di più delle proprie origini, ed anche più artefatti dell’era antica. I più famosi, che si favoleggia custoditi ad Ondolinde, sono:
- L'"Occhio verso le stelle", detto anche Telescopio, che Aran Finwerin fece costruire sulla base di antichissime pergamene, e che, si vocifera, possegga numerosi segreti sull’osservazione degli astri, e sull’ “osservazione dei destini degli Eldar”;
- La "Sala degli Spiriti", un antico salone nascosto tra gli Elverquist dove pare che un’assemblea di antichissimi spiriti risponda alle domande degli elfi su passato presente e futuro;
- Le “voci di fuoco” degli antichi animali, che, si narra, i capi della casata cavalcassero nell’antichità, rapidi e possenti, detti Hirayu, nell’antica lingua;
- La "Bianca Tunica", appartenuta alla Bianca Dama dell’antichità, pare conferisca potenti poteri magici a chi la indossi.
- La "Porta dei Valar", portale in grado di condurre nelle dimore degli Dei ed oltre.
- Il "Bianco Albero", considerato la settima e più importante Memoria, del quale ho già ampiamente parlato.
Solo della prima e dell’ultima Memoria abbiamo prove certe dell’esistenza, delle altre non ho potuto farmi dire nulla dagli Alti.
- I Rie Aranion “La Corona dei Re”: questa è un’altra famosa leggenda; si dice che la corona della casata dei Re elfici dell’antichità non sia sparita ma sia ancora da qualche parte di Ardania, una splendida corona di un antica lega luminosa, tempestata di gemme e con preziose e potenti rune elfiche miniate. Se venisse trovata si lascerebbe indossare dall’elfo degno di esso, che rifonderebbe così un impero elfico unito.Nei secoli molti Tareldar sono partiti alla cerca di questa reliquia, ma nessuno ha mai ottenuto nulla.

Ho cercato di condensare in poche righe discorsi di giorni e giorni, con l’anziana Yavie e con molti altri cordiali, seppur distanti, elfi della Splendente.
Non so se sono stata in grado di far comprendere di più di questa particolare stirpe ai lettori, ma mi auguro di essere riuscita almeno parzialmente nell’intento.
Ora che Tindomerel mi ha reso “Meldo Calaquendion”, amica degli elfi della Luce, potrò venire ancora in questa splendida città. Sono sicura che tornerò:ogni notte sogno le bianche torri in attesa di farle visita …

18 Madrigale, A. I. 272 , Lysia Wends di Loknar

 

 

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