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Prefazione

Ai primordi di tutte le ere, quando si dice soltanto i draghi esistessero, gli elfi furono i primi a posare i piedi su Ardania. Quando soltanto loro erano in grado di costruire regni, si racconta che tutto era posseduto dagli elfi e che gli stessi elfi fossero posseduti dal tutto. Si narra che i primi elfi, vicini agli dei come figli ai padri, riuscissero a parlare con le piante e con tutte le creature e che fossero capaci di straordinari prodigi magici, ad oggi incredibili ed inimmaginabili. Tutte queste però sono storie, che come tutti, anche io ho sentito da bambina e come tutti racconto ora da anziana ai miei stessi discendenti. Nella realtà nulla si ricorda di quei giorni, poiché tutta la storia elfica anteriore a 3500 anni fa fu cancellata dai Decadenti. Per comprendere come questo è potuto succedere, bisogna conoscere una nozione storica che non è andata perduta. In ogni regno ed in ogni epoca, due grandi fazioni politiche dominavano la scena popolare nei regni, quella dei Decadenti e quella degli Imperialisti.

I Decadenti predicavano l’avvento delle nuove razze, la morte degli dei elfici e l’estinzione della stessa razza elfica. Loro quindi erano assolutamente disposti al patteggiamento ed al ritiro interiore, lasciando spazio a tutte le altre creature che loro stessi si sentivano spinti ad aiutare a crescere. Gli Imperialisti al contrario erano fautori del dominio elfico. La tecnologia progredita e la forza della conoscenza, sia magica che culturale, dovevano bastare a dimostrare che gli elfi dovevano guidare le altre razze e sottomettere quelle che non si piegassero al loro volere. Questo nonostante gli dei non si mostrassero loro da molti millenni. Le due fazioni hanno sempre potuto vantare elementi di notevole rilevanza, e la loro caratteristica ispirazione cospiratoria le portava a piazzare pedine importanti nei governi o nelle istituzioni, per far trionfare la loro causa. Per quel poco che si possa tramandare, anche se non si posseggono più prove storiche inoppugnabili, i cicli storici degli imperi elfici sono stati sempre condotti da queste potenti logge. Al momento attuale gli storici sono riusciti a focalizzare due fasi importanti della storia prima del “falò senza luce”. Dopo il grande esodo in quelle che sono le attuali terre che il nostro popolo può rivendicare, gli Imperialisti erano riusciti a portare al potere alcune loro sedicenti pedine. Questo portò un’epoca di irrigidimento del sistema sociale e di dominazione coloniale delle terre umane. Nella posizione dove risiede l’attuale città umana di Hammerheim, vi era difatti l’ultima città elfica che la storia ricordi nel continente umano.

Questa era retta da potenti generali, che con un esercito permanente si garantivano il rispetto degli umani e delle altre razze inferiori, con la pressione della loro supremazia militare. Il periodo di dominio durò per almeno 1500 anni (così si può ricordare) e gli Imperialisti videro illuminarsi un avvenire che portava verso la dominazione della razza elfica, secondo i dettami dei loro insegnamenti. L’educazione nelle scuole cambiò in questi termini ed anche il complesso profilo della razza elfica edificò nuove basi. Tutti e tre gli stipiti elfici si unirono nuovamente in un nuovo fiorente impero, dominato dal Consiglio dei Cinque (del quale tratterò in seguito). Nonostante la schiacciante supremazia del pensiero Imperialista, i Decadenti lavorarono nel più completo silenzio per far accadere la più grande rivoluzione culturale della storia elfica. Mentre gli Imperialisti erano occupati con l’immane lavoro sulle strutture militari e sul cambiamento dell’ottica sociale, loro si dedicavano ad infiltrare loro teste di ponte nelle strutture che controllavano il tessuto culturale del paese. Riuscirono poi, dopo diverse centinaia di anni, ad avere basi di potere in quasi tutti gli istituti culturali dei regni elfici e soprattutto all’interno dell’Ordine dell’Antica via, unico a possedere da millenni gli arcani segreti dell’antica magia elfica.

Non si sa precisamente cosa avvenne successivamente al periodo Imperiale, ma tutta la conoscenza di quei tempi è racchiusa all’interno di un periodo che viene per comodità chiamato l’era del “falò senza luce”. In quest’epoca (circa dal – 2500 al – 1180 del nuovo calendario) ci fu un processo di oblio della storia elfica, una distruzione degli antichi artefatti e la progettazione della distruzione dell’Ordine dell’Antica Via, avvenuta al termine di questo periodo. Gli uomini piazzati dai Decadenti, aiutati dai loro uomini presenti nell’Ordine dell’Antica via e dai loro incantesimi, strutturarono un processo sequenzialeche distruggesse la maggior parte della conoscenza dell’Antico popolo, così da portarli in una condizione inferiore a quella delle altre razze, favorendo l’estinzione dell’intera popolazione. Il tutto fu fatto con tanta lentezza e cura che gli Imperialisti si resero conto di questo troppo tardi. L’immane proporzione del lavoro rendeva inimmaginabile questo tipo di atto, ma allo stesso tempo questo atto era troppo grande per passare inosservato. Dai pochi frammenti di storia raccolti, sembra esserci stata, intorno all’anno – 1180 del nuovo calendario, una terribile battaglia nella colonia presente nel territorio umano. Durante gli anni di guerra, i libri e gli oggetti sui quali erano stati veicolati i propositi dei Decadenti, in tempi assolutamente casuali (all’apparenza) divampavano in un fuoco nero senza calore o luce e si riducevano in cenere. Milioni di volumi e di oggetti, in ogni luogo di ogni regno, diventavano cenere ogni giorno. Nel giro di una settimana tutta la storia elfica ed alcune delle più avanzate conoscenze, rese ancor più perfette dai millenni di utilizzo accurato, trovavano ormai residenza soltanto nelle menti degli addetti ai lavori. Gli Imperialisti allora si mossero in forze e, nonostante la battaglia infuriasse nel continente umano, ritirarono tutte le loro truppe tranne alcuni arceri ed i maghi dell’Ordine dell’antica via, dai combattimenti. Sacrificarono quindi le colonie in favore dell’assetto interno che rischiava di portarli alla rovina. Per quanto il danno fu di una gravità assoluta, gli Imperialisti riuscirono a fermare i Decadenti prima che questi riuscissero a distruggere le tracce della cultura elfica e le riserve alimentari dell’impero. Ci fu un ventennio di repressione, dove vennero processati ed uccisi tutti i Decadenti che si riuscirono a trovare.

C’e da dire che molti si uccisero, proprio perché custodivano del sapere e commisero prima di farlo atti terribili. Un fatto documentato è “la strage di Mezzodern”. Da un diario ritrovato e stimato come autentico si può leggere come nell’istituto di tessitoria magica Mezzodern, il maestro Gorglaj uccise tutti i suoi colleghi ed allievi tramite l’utilizzo di potenti magie, prima di sopprimere se stesso nel rogo dello stesso istituto. In questo solo caso, si ha la documentazione fattiva di come un’arte (la tessitoria magica) sia andata perduta. Dopo che l’Impero aveva restaurato il suo ordine, tornarono dalle colonie vincitori e vinti nello stesso tempo, i pochissimi sopravvissuti dell’ordine dell’Antica via. In circostanze ancora non chiare, questi si spensero uno ad uno senza insegnare la loro arte ad altri (si sospetta fortemente che i sopravvissuti fossero elementi Decadenti, ma nessuno oserebbe profanare la loro memoria con questo insulto senza prove). La perdita della più importante scuola per tradizione e potere, all’interno della società elfica, sconvolse la popolazione già provata dai fallimenti dell’impero. Molti cominciarono a credere ai precetti dei Decadenti. La colonia era persa, la storia era persa, come la stessa Antica via. La magia degli elfi era ormai come quella degli umani ed anche parecchi mestieri non differivano di molto. Il pensiero imperialista cominciò a sfaldarsi ed i nuovi Decadenti cominciarono a cambiare il pensiero collettivo, inserendosi nel tessuto scolastico ed educazionale come i loro predecessori avevano fatto. Nel periodo chiamato “della ristrutturazione”, però, sia gli Imperialisti che i Decadenti non avevano più la forza motrice di un tempo, e così si venne a creare la base della cultura che viene ora chiamata “illuminata”. L’Imperialismo ed il Decadentismo sono correnti che sembrano comunque molto presenti (con diverse sfumature chiaramente) all’interno della struttura politica elfica, ma a queste si è aggiunta nell’ultimo millennio la setta degli “Illuminati”. Questa setta professa un pensiero mutevole, molto simile a quello umano, che tende ad eliminare gli estremi. Gli Illuminati appaiono più vicini alla setta degli Imperialisti che a quella dei Decadenti, ma a differenza di loro non hanno un pensiero espansionista. Mirano invece a consolidare i rapporti interni e se possibile tendono a non comunicare con le altre razze se non espressamente necessario. Credono alla differenziazione degli stipiti elfici e non sottovalutano affatto le altre razze dalle quali tentano di isolarsi. E’ chiaro che non si può racchiudere in poche righe un pensiero sviluppatosi in millenni di storia, ma questa non vuole essere una trattazione esaustiva di questi argomenti. Vuole esserne soltanto un accenno.

Come accennato in precedenza parlerò ora del Consiglio dei 5. E’ chiamato in questo modo l’organo di base della struttura politica elfica. Ogni città storicamente è stata retta da un consiglio di 5 membri, che rappresentino equamente il pensiero della collettività. Al consiglio siedono il Re, la Regina, il capo della congregazione religiosa più importante, il delegato del Re per la politica economica ed infine il delegato del re per i rapporti diplomatici. Al consiglio dei 5 si unisce poi ogni anno un cittadino scelto con sistemi casuali, chiamato “6° invitato”, che rappresenta in maniera diretta il popolo. Nella storia si ricordano alcuni emeriti “sesti invitati”, che sono riusciti a portare molto beneficio ad un determinato anno di reggenza. Un anno nella lunga vita degli elfi non è molto e venire ricordati per questo tipo di beneficio arrecato alla popolazione è uno dei più grandi meriti che si possono ottenere. Per le decisioni più importanti, riguardanti non soltanto una singola città ma la totalità delle popolazioni elfiche, è competente il Consiglio dei Millenari. Ci sono soltanto tre vincoli per essere accolto nel consiglio dei millenari: aver fatto parte del consiglio dei 5 di qualche città, anche come “6° invitato”; aver compiuto mille ed un anno (si deve presentare valida documentazione anagrafica); ed infine essere di razza elfica. Il consiglio dei millenari è noto per la lungaggine delle sue decisioni, che hanno la particolarità di non dover essere prese per forza. La decisione viene presa soltanto se al 95% dei presenti la decisione risulta valida. Al consiglio possono partecipare difatti moltissime persone.

Si ricorda nel - 812 dal nuovo calendario un consiglio di 2439 elfi, che decise in 144 anni la necessaria bonifica della zona di Ilkarin dalle paludi che infestavano il luogo, per aprire una nuova via commerciale sicura. Il tutto è storicamente dimostrato dagli archivi del paese, nato appunto dalle prime case costruite in quella zona da chi lavorava alla bonifica. Ora il ridente centro commerciale può vantare il diritto di essere il più grande paese del continente elfico. Il ricorso al consiglio dei millenari è oramai caduto in disuso. L’ultima decisione presa dal consiglio risale appunto all’anno dell’approvazione del nuovo calendario elfico (che fu approvato da questo concilio stesso). Sono quindi diverse centinaia di anni che questo consiglio non viene convocato, ma se si dovesse mai convocare di nuovo, le modalità sarebbero quelle dei nostri avi: uno dei Re delle città che ne senta il bisogno (per valide ragioni che influenzano tutti i fratelli), manda i suoi araldi dagli altri Re. Tutti gli altri Re inviano poi i loro araldi in ogni parte del continente elfico a dare l’avviso del giorno e del luogo dove si terrà la prima seduta del consiglio. In genere il posto è la città più grande, in grado di ospitare anche migliaia di persone per prolungati periodi di tempo. E’ sottinteso nella descrizione del consiglio stesso, quale è la struttura gerarchica della politica elfica. E’ usanza che ogni città scelga un Re. Il Re viene democraticamente eletto con votazione presso la sede reale, ogni volta che viene a mancare il Re precedente. Al nuovo Re viene dato un periodo di tempo di un anno per insediarsi e sostituire le cariche che il re può eleggere con elementi di suo favore, allontanando gli elementi precedenti. In questo senso, varieranno quindi anche alcuni elementi del consiglio. Spiegare quanto sopra a chi non è elfo è molto difficile, poiché vi è ignoranza soprattutto tra gli umani, della coesione della società elfica e della suo sentimento di appartenenza alla razza.

Si può parlare addirittura di fratellanza elfica. Ma noi la chiamiamo collettività e ne tratterò in seguito in maniera migliore. Comunque venga chiamato questo tipo di legame, si può notare che il comportamento degli elfi soprattutto riguardo le istituzioni è di indubbia fiducia. Per questo non c’è pericolo di brogli durante le elezioni (che vengono comunque controllate tramite appositi meccanismi amministrativi) oppure non si teme che in un consiglio dei millenari si possa creare caos anche con interventi di 1000 persone ed oltre. L’educazione e l’impronta caratteriale degli elfi è tale che essi apprendano il controllo ed il calcolo dei tempi di reazione fin dalla più tenera età. Questo è basilare per pensare di vivere serenamente una vita incredibilmente lunga secondo il pensiero della collettività.

Dopo questo preambolo sulla politica e sulla sparizione della storia (fino ai tempi del nuovo calendario), ecco quello che si è riuscito a ricostruire tramite le documentazioni scampate al periodo dei “Falò senza luce”.

 

Storia Elfica

Le leggende fanno risalire la nascita degli elfi all’alba del mondo, quando Beltaine, con le proprie lacrime, diede vita ai suoi figli prediletti. Secoli, millenni prima dell’avvento di qualsiasi altra razza, gli elfi popolavano in pace e armonia le foreste dell’Hildoriath. La società elfica era inizialmente strutturata in tante piccole Casate, corrispondenti approssimativamente ad una o due Dinastie famigliari. Ma con il lento e tuttavia inesorabile moltiplicarsi dei figli di Beltaine, la situazione era destinata a cambiare. Alcune Casate si unirono tra loro, altre rimasero prive di discendenza e si persero nel tempo. La tradizione narra di tre grandi stirpi di elfi, che si imposero per importanza su tutte le altre, tre Casate che con i secoli andarono acquistando autonomia e peculiarità proprie. I nomi con i quali venivano chiamate erano e sono “Quenya”, “Sindar” e “Drow”.

A guidare la ormai numerosa comunità elfica vi erano un Re ed una Regina. La loro autorità era riconosciuta per volontà divina e rispettata da tutti gli elfi. Quanti siano stati i Re e le Regine che si succedettero sul trono dell’Hildoriath non è noto, e i nomi degli appartenenti alla gloriosa stirpe dei Re furono poi dimenticati. Il governo della comunità era costituito da un Consiglio di Anziani, cui partecipavano i rappresentanti delle Tre Casate, e che era presieduto dal Re e dalla Regina. La vita degli elfi era serena e senza preoccupazioni. Un intero continente, l’Hildoriath, era a loro disposizione, e non vi era pericolo o nemico che potesse minacciarli. Così, in pacifico isolamento e imperturbabile armonia, trascorsero i primi lunghi millenni.

 

Vi era poi una quarta stirpe, di cui gli Antichi Scritti poco parlano, se non in modo vago e sfuggente. Essi venivano chiamati “Ghauna”, gli “imperfetti”, o “reietti” anche. Accadeva infatti che, a intervalli di molte stagioni, venissero alla luce neonati con varie malformazioni. Essi venivano spesso ripudiati, ma tuttavia lasciati vivere e crescere nella comunità. L’infanticidio, d’altra parte, è visto sin dagli albori della civiltà elfica come un inconcepibile atto sacrilego. Nessuno sa per quali ragioni tali creature furono partorite, si ipotizza che potessero essere il frutto di unioni innaturali fra membri della stessa Dinastia, ma sono solo ipotesi.

Quel che è certo è che i “Ghauna” presentavano tutti le medesime caratteristiche: menomati mentalmente, incapaci di apprendere i rudimenti dell’Antica Scienza, incredibilmente goffi e sgraziati, e tuttavia molto più forti e robusti dei loro consanguinei. Fu per questa ragione che la Casata Drow per prima, poi seguita anche da Quenya e Sindar, cominciò ad utilizzarli come manovalanza. In pochi secoli i Ghauna cominciarono ad unirsi e riprodursi tra loro, divenendo sempre più numerosi e “diversi” dai loro padroni. Il Re e la Regina non vedevano di buon occhio il proliferare di quegli “elfi venuti male”, ma erano ben consapevoli che una loro presa di posizione in questo senso avrebbe portato ad uno scontro con le Casate, il cui potere già grande e andava crescendo.

Ormai i Ghauna erano infatti utilizzati per compiere qualsiasi lavoro pesante fosse necessario alle Tre Casate, che in cambio garantivano loro la sopravvivenza. I Ghauna non avevano naturalmente alcuna rappresentanza in Consiglio e nonostante le loro condizioni di vita fossero nella maggior parte dei casi miserabili, era tale il timore che essi nutrivano per i loro “padroni” elfi, che non osavano ribellarsi. Ma una notte accadde un evento straordinario e terribile. Era il tempo di Re Feonwe e la dolce Aetheldore, sua Regina, i quali regnavano ormai da diversi secoli in pace e con saggezza. Ebbene ella partorì un figlio e alla gioia iniziale di entrambi i regnanti, subentrò l’orrore, quando il Re vide il neonato.

Non c’era dubbio: era un Ghauna, un imperfetto. Nessuno a corte ebbe il tempo o la volontà di indagare sulla causa di un evento tanto incredibile, poiché si preferì mettere subito a tacere il fatto. La Regina ripudiò suo figlio e il Re diffuse la notizia che il neonato fosse morto. Seguirono alcuni mesi di lutto in tutta la comunità e poi non se ne parlò più.

 

Il figlio reietto della coppia di regnanti fu adottato dalla comunità dei Ghauna, che riconobbero in lui un loro simile. Nessuno sapeva da dove egli provenisse, e nessuno se lo chiedeva poiché spesso gli “imperfetti” venivano trovati abbandonati nei boschi e raramente se ne scoprivano i genitori. Il giovane reietto cresceva sano, forte ed eccezionalmente intelligente per essere un Ghauna. Fu così che gli fu dato il nome di Ghaunadaur, che nella lingua degli “imperfetti” (una sorta di elfico distorto e semplificato) significava “il migliore fra i Ghauna”. Sin da giovane Ghaunadaur cominciò a spargere tra i suoi simili voci di una terra promessa per la loro razza, a Ovest oltre il mare. Una razza creata dagli dei – lui diceva – per dominare, e non per essere schiava. Così si diffuse tra i Ghauna il Culto dell’Ovest, come venne chiamato, e tra loro cresceva sempre più il malcontento e la frustrazione, mentre Ghaunadaur veniva riconosciuto tra loro come guida indiscussa.

La rabbia di Ghaunadaur e del suo popolo era tanta e tale che era ormai divenuta incontenibile. In una notte senza luna, dopo molte stagioni di segreti ma febbrili preparativi, Ghaunadaur guidò l’insurrezione dei reietti contro gli odiati padroni. Gli elfi non erano abituati a combattere, non conoscevano la guerra e i campi di battaglia, e questo fu loro fatale. Molti elfi perirono, trucidati nel sonno o nel vano tentativo di difendersi, femmine e bambini non furono risparmiati: torrenti di sangue, per la prima volta nella sua millenaria storia, solcarono l’Hildoriath. Ma la conoscenza delle Arti Arcane era nei Figli prediletti di Beltaine molto più profonda e terribile di quanto Ghaunadaur potesse immaginare. Tutto l’Hildoriath corse in aiuto dei suoi Signori, dai volatili alle fiere, dai più piccoli animali fino ai più antichi e giganteschi, il Vento, il Cielo e la Terra stessi.

Le Tre Casate unite come non mai combatterono strenuamente e in un unico, possente impeto d’orgoglio, la rivolta fu sedata. Molti reietti furono uccisi, e Ghaunadaur cadde gravemente ferito. Solo allora le Tre Casate si resero conto dell’errore compiuto e si pentirono. I Drow proposero di uccidere tutti gli imperfetti ed eliminare così per sempre il frutto dei loro errori, ma le altre due Casate, così come il Re e la Regina, provarono pena e compassione per quelli che erano, in fondo, pur sempre dei loro figli. Così i Ghauna vennero esiliati dall’Hildoriath e gli fu intimato di non farvi mai più ritorno, pena la morte. Ghaunadaur radunò tutto il suo popolo sulle sponde occidentali; lì fece costruire un grande flotta di rudimentali imbarcazioni, grandi zattere cariche di provviste. Fino a che, quando tutto fu pronto, i reietti si imbarcarono e Ghaunadaur lì guidò attraverso il mare ad Ovest, verso una terra in cui “vivere da liberi e padroni”, come spesso diceva. E degli “imperfetti” nulla si seppe più per molti e molti secoli...

 

Dall’Ovest non giunsero più notizie e la pace e la serenità di un tempo sembravano tornate a regnare nell’Hildoriath. D’altra parte gli elfi tutti avevano ora altro a cui pensare: i regnanti si avviavano ormai verso la vecchiaia senza aver ancora generato un erede. La questione della successione era tanto più delicata poiché era ben chiaro a tutti che in mancanza di un erede si sarebbe scatenata una lotta per il trono più o meno aperta fra le Tre Casate. Per grazia degli dei, dopo pochi anni, questa terribile eventualità fu scongiurata: la Regina partorì un erede e fu chiamato Thorondil, Principe dell’Hildoriath. Vi furono grandi e sontuosi festeggiamenti che si prolungarono per molti mesi. Con il passare dei decenni Thorondil cresceva forte, sapiente e determinato.

La luce di Beltaine splendeva forte nei suoi occhi e il suo braccio pareva guidato da Suldanas stesso. Perciò, pur essendo Thorondil ancora giovane, nessuno si stupì quando, poco più di un secolo dopo, Re Feonwe annuciò che avrebbe presto abdicato in favore del figlio. Il giorno dell’incoronazione tutto era pronto, e l’atmosfera solenne. Gli elfi di ogni stirpe erano accorsi da ogni regione dell’Hildoriath per assistere all’evento.

Tale era l’attesa e l’emozione per un avvenimento tanto straordinario, che ogni altra occupazione o ufficio passò in secondo piano. E così, in quel brumoso mattino di Orifoglia, nessuna sentinella si trovava a pattugliare la costa occidentale. Nessuna sentinella poteva vedere le centinaia di grandi zattere che ad una ad una si ammassavano sulle coste dell’Hildoriath... La cerimonia era già iniziata quando un gruppo di sentinelle lanciò l’allarme. Ma era troppo tardi. La prima ondata fu preceduta dal cupo e cadenzato martellare di tamburi, che si faceva sempre più forte, sempre più veloce. Poi migliaia di orribili creature dalla pelle verde sciamarono tra gli alberi del Doriath abbattendo qualsiasi cosa al loro passaggio. Era giunta l’Orda degli Orchi. E al centro di tutti loro, grande e terribile sul dorso di un imponente lupo nero, Ghaunadaur spronava i suoi orchi alla battaglia. Nessuno tra gli antichi figli dell’Hildoriath, ebbe il tempo di capire, nessuno ebbe il tempo di pensare che il loro “errore” di un tempo era tornato ed esso avrebbe ora potuto decretare la loro fine, per sempre.

 

Gli orchi erano tanti, forti e spietati, ma l’orgoglio degli elfi era troppo grande perché si lasciassero sopraffare senza combattere fino alla morte.

I Quenya si dimostrarono senza pari nel dominio degli elementi e dell’Antica Scienza; atterriti da armi tanto potenti quanto a loro sconosciute, molti orchi fuggirono e perirono sopraffatti dalla magia. Altrettanti caddero sotto i colpi infallibili dei tiratori Sindar, che organizzati in squadre di cacciatori saettavano veloci e invisibili tra le fronde, e con le loro frecce seminavano la morte e il panico nelle retrovie del nemico; quel giorno, non una freccia Sindar mancò il bersaglio. Ma non vi era spettacolo più affascinante e terribile insieme di quello offerto dai guerrieri Drow in mezzo alla battaglia. Le loro lame, cosparse di mortifero veleno, sembravano tutt’uno con la mente ed il corpo: con sguardo di ghiaccio e con mano veloce e inesorabile, falciavano le fila del nemico; come presi da divino furore si abbattevano sugli orchi in una danza di morte. La prima ondata fu annientata e respinta: la battaglia sembrava vinta. Ma grande fu lo sgomento quando una seconda armata, più numerosa e determinata, si fece strada nel cuore dell’Hildoriath, con Ghaunadaur a guidarla.

L’esercito elfico era stanco, disperso e in netta inferiorità numerica, ma non si perse d’animo. Il Principe Thorondil fu tra i primi a scagliarsi in battaglia; combatteva senza risparmio e nel convulso groviglio di corpi, armi e armature, chiara e scintillante splendeva la luce di Amart’hyanda, la spada degli Antichi, forgiata all’alba del mondo da Suldanas e benedetta dalla Grande Madre; il sangue orchesco che pure scorreva copioso sulla sua lama, mai ne intaccava la brillantezza. E nelle abili e possenti mani di Thorondil, la spada fece scempio del nemico. Ma il valore del Principe degli elfi non fu sufficiente ad evitare la tragedia. Ad un tratto, sopra il rumore dei tamburi da guerra, sopra il fragore della battaglia un grido feroce e profondo, un grido di bestiale esultanza scosse il campo di battaglia: con orrore, tutti gli elfi si voltarono a guardare Ghaunadaur che con orgoglio stringeva nella sua mano le teste mozzate del Re e della Regina.

L’animo degli elfi, già provato, sprofondò nella disperazione. Urla di rabbia e dolore squarciarono il cielo; la terra, le acque, i venti sussultarono: l’Hildoriath piangeva la morte dei suoi Signori. E una lacrima solcò il viso del Principe degli elfi. Senza esitazione Thorondil si fece strada a suon di fendenti fra i pelleverde, che soccombevano annichiliti da tanta furia, e si lanciò spada in pugno, contro Ghaunadaur.

 

Lo scontro fra Thorondil e Ghaunadaur fu il più lungo ed epico che la storia elfica ricordi. La bianca spada dell’uno cozzava con le due enormi asce affilate dell’altro. Nel frattempo i Figli dell’Hildoriath combattevano strenuamente per mantenere la posizione ma se talvolta riuscivano ad aprirsi un varco su un fronte, da un altro lato erano costretti ad arretrare e lasciar spazio agli orchi. La battaglia fra i due generali continuava senza esclusione di colpi, e nonostante il forte impeto che li muoveva, nessuno sembrava prevalere sull’altro.

Ma il passare del tempo avvantaggiava il nemico. Lentamente l’Orda stava accerchiando l’esercito elfico. Per un momento, un guizzo di speranza attraversò l’animo degli elfi quando Thorondil riuscì a colpire a morte il supremo comandante dei pelleverde: con un raccapricciante ruggito, Ghaunadaur rovinò a terra, sconfitto. Tuttavia, l’esultanza si tramutò presto in angoscia, mentre il corpo retto e fiero di Thorondil si accasciava al suolo, lacerato da poche ma profonde ferite. Gli elfi erano oramai completamente circondati: in trappola. Al panico degli orchi per la morte del proprio capo, subentrò prontamente l’ebbrezza di una vittoria ormai certa. Allora dalle labbra del Principe dell’Hildoriath ormai agonizzante si levò una preghiera, quieta e possente insieme, che immediatamente volò sulla bocca di ogni elfo e centinaia di voci divennero una voce unica, che si alzava solenne verso il cielo. E dall’alto, la preghiera fu ascoltata. Quando Thorondil esalò l’ultimo respiro, avvenne un fatto straordinario. Un’ombra, prima appena accennata, poi sempre più grande, coprì il campo di battaglia.

La luce del sole fu oscurata, e tutto intorno si diffondeva una leggera luminescenza verde. Gli incantatori e i sacerdoti elfici, così come gli sciamani pelleverde avvertirono che qualcosa di estremamente potente aveva turbato l’equilibrio degli elementi: l’essenza stessa dell’Hildoriath si era destata dal suo sonno millenario. D’un tratto, spade, asce e archi furono posati e su ogni cosa calò un innaturale silenzio.Tutti i combattenti alzarono lo sguardo, impietriti. Metà del cielo era coperta da una sorta di ampia nuvola color smeraldo... ma non era una nuvola: era un’ala. Un paio di enormi ali, grandi come pianure, che muovendosi generavano un vento tanto forte da costringere elfi ed orchi a trovare appigli cui aggrapparsi per restare fermi sulle loro gambe. Poi la creatura si fece più vicina, e minacciosa. Ricordava vagamente un rettile, nel corpo e nella testa, con arti giganteschi, denti e unghie affilate come spade. Ma negli occhi non vi era malvagità. Ammesso che si possano attribuire sentimenti dei mortali ad un essere semidivino, vi si poteva leggere forse un insieme di severità, compassione e saggezza infinita, senza tempo. Si trattava della mitica creatura divenuta poi oggetto di tante fiabe e racconti fantastici, il leggendario Drago di Smeraldo. Lo sguardo del Drago si posò prima sugli elfi, ed il suo era uno sguardo corrucciato, quasi di rimprovero, poi scrutò gli orchi attentamente e con durezza. Allora levò gli artigli su di loro e una potenza senza pari si abbatté sui figli di Ghaunadur. Pareva che tutti gli elementi si piegassero alla volontà del Drago, la terra tremava sotto i piedi degli orchi e li intrappolava in robuste radici, mentre dal cielo una pioggia di fulmini ne folgorò a centinaia.

E la sorpresa fu ancor più grande quando tutti videro come alle sue mastodontiche dimensioni si accompagnasse tuttavia un’agilità e una destrezza nel combattere che atterriva per velocità e precisione. Fu allora che una nuova speranza riscaldò i cuori dei Figli di Beltaine e mosse le loro braccia alla battaglia. Gli orchi, terrorizzati da tale potente inatteso nemico si trovarono spiazzati di fronte alla controffensiva dell’armata elfica, e in poco tempo furono sopraffatti e messi in rotta. Aggrovigliati tutti nella mischia, presi dalla foga del combattimento, inizialmente nessuno si accorse che il Drago di Smeraldo era scomparso portando con se il corpo di Thorondil.

Ma non era quello il momento delle domande e degli enigmi; nei pensieri degli elfi vi era solo esultanza: la battaglia era vinta!

 

L’Orda degli orchi era sconfitta, e per sempre esiliata nelle terre oltre il mare. Una grande cerimonia funebre fu allestita in onore del Principe caduto, molti canti si levarono e molte lacrime furono versate in suo ricordo. La pace regnava di nuovo sull’Hildoriath. Ora il tempo della rinascita e della ricostruzione era giunto, e mai come in quel momento il popolo elfico sarebbe dovuto rimanere fraternamente unito. Così non fu. Con la morte di Thorondil la stirpe dei Re era finita per sempre, e tutti sapevano cosa questo avrebbe significato: guerra. I primi attriti si manifestarono subito nelle sedute del Consiglio successive alla vittoria.

I Quenya sostenevano che il popolo elfico si sarebbe dovuto organizzare in grandi, maestose città, che rendessero manifesta la loro grandezza, istituendo un esercito regolare, costruendo avamposti in tutto il continente per averne il controllo. Per far sì che ciò che era accaduto non si ripetesse mai più. I Sindar al contrario volevano che la civiltà elfica continuasse a vivere dove si diceva fosse nata, e cioè tra gli alberi secolari delle grandi foreste nel cuore dell'Hildoriath, vivendo a stretto contatto con la natura e nel più profondo isolamento. Solo questo, secondo loro, avrebbe garantito la pace e la felicità per la loro razza. I Drow infine si dimostrarono i più agguerriti e determinati.

Galvanizzati dalla vittoria sugli orchi, accusavano le altre casate di sottovalutare la potenza della propria razza. Quest’ultimo successo, dicevano, aveva dimostrato una volta di più la loro natura di dominatori incontrastati. Gli elfi avrebbero quindi dovuto armarsi e, in virtù della loro superiorità razziale, assoggettare al loro dominio tutte le terre emerse. Le diverse opinioni apparvero subito come inconciliabili, nessuno era intenzionato a recedere di un solo passo dalla propria posizione e i margini di mediazione e compromesso si assottigliarono fino a scomparire. La situazione era a un punto morto, e la tensione altissima. Mancava veramente poco a che si impugnassero le armi, mancava poco allo scontro diretto; quel poco era un pretesto.

Il pretesto, immancabilmente, arrivò.

 

Nelle sedute del Consiglio, Seregh, potente Capocasata dei Drow, cominciò a scagliarsi contro i portavoce Quenya in merito al possesso della Bianca Reliquia. Essa consisteva in un ramo (o una piccola radice, le testimonianze in questo senso sono diverse) del Sacro Albero Tulip, donde il mondo fu creato. La Reliquia era stata da sempre conservata dai sacerdoti Quenya, fin dai primordi custodi dell’Antica Scienza e della Tradizione. I Drow ne rivendicavano ora il possesso, in quanto “unici e veri appartenenti alla stirpe elfica”, accusando Quenya e Sindar di vigliaccheria e mollezza e gettando il disonore su di loro. Una notte, un gruppo di esperti assassini Drow penetrò nel tempio dei Quenya per trafugare la Reliquia e ne uccise i sacerdoti guardiani. Il tentativo fallì, e il furto fu sventato, ma i morti rimanevano: per la prima volta un fratello aveva levato l’arma su un fratello e la strada del sangue era stata imboccata. Tornare indietro non era più possibile.

Cominciava quella che fu poi ricordata come la “Guerra dei 100 anni”. Tanto a lungo durarono i sanguinosi scontri fra le tre Casate. Le prime battaglie furono scaramucce di piccoli gruppi armati fra Quenya e Drow, ma presto la guerra crebbe in intensità e in ferocia. I Sindar assunsero inizialmente una posizione equidistante da entrambi gli schieramenti, valutando attentamente e con lungimiranza la situazione. Ma presto le autentiche ambizioni dei Drow si palesarono agli occhi di tutti: il loro scopo era uno ed uno solo: dominare le altre Casate, per poi dominare incontrastati su ogni cosa o essere vivente, e per farlo conoscevano un unico strumento: la guerra. Così dopo il primo decennio gli schieramenti erano ben definiti: Quenya e Sindar da una parte e Drow sul fronte opposto. Dopo decenni di guerra, molto fu il sangue versato, gli omicidi, le stragi. Ma Beltaine non aveva perdonato i Drow, traditori della stirpe degli Eletti, e abbandonò i loro cuori, dando forza ai loro avversari. I traditori furono decimati e sconfitti. Ai superstiti fu proposta una riconciliazione, seppur dolorosa, che potesse condurre ad una pace duratura. Ma i Drow, indomiti e orgogliosi guerrieri, alla resa preferirono l’esilio.

 

Gli elfi Drow intrapresero così un lungo viaggio che li portò nel profondo e disabitato sud dell'Hildoriath. Fu un massiccio esodo, che durò parecchi anni, e che rappresentò l'inizio di ciò che gli elfi chiamano il "Lungo Esilio". Una voce subdola solleticava i loro spiriti ebbri d’odio e di rancore, una volontà potente e terribile li guidava verso gli abissi. E colui che era stato sconfitto ed esiliato dall’Hildoriath millenni prima, Luugh, il dio malvagio imprigionato all’alba del mondo nei più profondi recessi della terra, trovò finalmente un popolo pronto a venerarlo. Un popolo forte, spietato e guidato dall’odio. I "figli di Luugh", come i Drow divennero soliti chiamarsi, si rifugiarono in buie foreste e in grandi caverne scavate nella roccia, e lì continuarono a scavare e a costruire, sempre più in profondità. Nel sottosuolo edificarono una grande città, Luughnasad, con molti tunnel, loculi, miniere, strade e templi. Dopo alcune generazioni, i Drow non conobbero più la luce del sole. Luugh donò loro la conoscenza delle Arti Oscure, e Kelthra rese le sue creature predilette, i Theratan, loro alleati e servitori. Ma la pratica delle Arti Oscure corruppe indelebilmente l’animo e il corpo dei Drow: la loro pelle divenne scura come ossidiana e gli occhi bianchi e vitrei. Per questo i Drow sono noti anche come "Elfi Oscuri".

 

Sconfitti i Drow, il pericolo maggiore per gli altri elfi era passato. Tuttavia le divisioni e le differenze fra Quenya e Sindar non cessarono di esistere. Così i primi, che costituivano la maggioranza della comunità, decisero di abbandonare la foresta e di mettersi in viaggio verso le terre del nord: lì avrebbero costruito la loro città, la loro dimora. Finwerin Eldamar, anziano e sapiente capo casata Quenya, li guidava nell’impresa. Impiegarono molti anni a raggiungere e rendere abitabili le fredde pianure e le alte montagne settentrionali, ma infine trovarono in quei luoghi la loro dimora ideale. Il frammento del Tulip fu nuovamente piantato, e da esso nacque il Bianco Albero, a rappresentare il sacro e indissolubile vincolo che legava il popolo elfico alla sua terra e alla Grande Madre. Attorno ad esso fu edificata la città più bella che occhio possa contemplare: tripudio di armonia e perfezione, bianca e splendente nel cuore dei monti Elverquisst, sorgeva Ondolinde, dimora dei Quenya. Fra le sue candide mura fiorirono le Arti e le Scienze, furono innalzati templi e biblioteche, e ad ornare tutto portici, fontane e variopinti giardini. E per molti e molti anni Finwerin Eldamar, incoronato Re dei Quenya, governò in pace e prosperità sul suo popolo, da allora noto anche come popolo degli “Elfi Alti”.

 

Dopo l’esilio dei Drow e la dipartita dei Quenya, nella foreste dell’Hildoriath rimasero i soli Sindar. La saggia ed equilibrata Arabella, guida spirituale della Casata Sindar, chiamò tutti i suoi fratelli a raccolta sotto i grandi alberi del Doriath, la fitta foresta che ricopre le regioni centrali dell’Hildoriath. Essi divennero i protettori del Doriath, dove costruirono grandi villaggi sugli alberi, in cui vivevano e vivono tuttora in totale armonia con la natura e i suoi elementi. Il loro straordinario e intricato complesso di capanne e pontili diede forma ad una grande città nel cuore della foresta, chiamata Tiond. Al contrario degli altri elfi, i Sindar, o "Elfi Silvani" come furono poi chiamati, preferirono sin dall’inizio l'isolamento dei loro boschi all'esplorazione di nuove terre. I temuti Cacciatori Sindar vegliano attentamente ma discretamente sul Doriath, difendendone i confini a prezzo della loro stessa vita. Gli Elfi Silvani divennero così tutt'uno con la foresta, vivendo e prosperando in simbiosi con le altre creature del bosco; si dice che gli alberi stessi obbediscano al volere dei sacerdoti Sindar. Arabella fu incoronata Regina del Doriath e su di esso regnò con equilibrio e giustizia per gli anni che seguirono.

 

Non tutti i Quenya si accontentavano di una vita idilliaca entro le bianche mura di Ondolinde; per alcuni di loro quella vita era priva di stimoli e di prospettive. Così, sin dagli anni immediatamente successivi alla fondazione della Splendente, un gruppo di Quenya guidati dall’intraprendente Marip’in si lasciarono i monti Elverquisst alle spalle e intrapresero un lungo viaggio verso sud. Dopo i primi anni trascorsi a portare e scambiare merci per tutto l’Hildoriath, Marip’ in e la sua gente si stabilirono sulla costa orientale e fondarono la città che sarà poi conosciuta come Rotiniel. Marip’in ne divenne re, ma lo spirito mercantile ed errabondo dei Teleri, come vennero chiamati gli elfi di Rotiniel, era ben lungi dall’essere sopito. I Teleri infatti, divenuti esperti navigatori, stabilirono rotte attraverso l’Oceano Orientale e raggiunsero il Continente umano.

Allora si verificarono i primi, discreti contatti fra le due razze dopo il periodo del falò senza luce. Per gli elfi comunque il tempo di rivelarsi nuovamente agli umani non era ancora giunto, e all’inizio gli incontri rimasero segreti e avvolti dal mistero, fino a sconfinare nella leggenda. Ad essi non fu dato alcun peso dai regnanti umani. Ma intanto dalle prime clandestine relazioni fra umani ed elfi nasceva la generazione dei Perhidil, i mezzielfi o mezzarazza, come venivano chiamati con disprezzo, i quali erano invero molto pochi e ben nascosti. Durante la Grande Guerra gli elfi si avvidero che più che dagli uomini, il grande pericolo per Ardania tutta era rappresentato da Surtur e dalle sue ambizioni di conquista. Così Quenya, Sindar e Teleri riuniti in Consiglio come non accadeva da secoli, seppur a malincuore decisero di inviare pattuglie di guerrieri elfi sul Continente umano.

Persino i Sindar, famosi per la loro insofferenza verso ogni evento esterno al Doriath, si convinsero a mandare alcuni dei loro rinomati e infallibili tiratori. Come gli umani ben sanno, il contributo degli elfi si rivelò determinante per la vittoria sugli orchi. Da allora i contatti tra elfi e umani si fecero più frequenti e di conseguenza il numero dei mezzi elfi aumentò notevolmente. La loro duplice natura era allo stesso tempo una virtù e una condanna. Disprezzati e allontanati dagli elfi come risultato di un incrocio con una razza inferiore; temuti e visti con sospetto dagli uomini, che li consideravano bizzarre e curiose creature, i Perhidil furono condannati a non avere una terra cui appartenere o una città in cui abitare. Ma ciò fu anche la loro fortuna: in poco tempo divennero i più grandi viaggiatori e mercanti delle terre emerse; ogni scambio commerciale tra elfi e umani avveniva di fatto attraverso la loro mediazione. I mezzi elfi mercanti cominciarono ad accumulare grandi ricchezze e iniziarono a insediarsi nell'unica città dove gli elfi si dimostravano più aperti e tolleranti: la città di Marip’in e patria dei Teleri, Rotiniel. Essa divenne il più importante centro di scambio fra i due continenti, essendo anche l'unica città portuale che li collegava. Come suole accadere nella società umana, la versatilità, l'astuzia commerciale e sopratutto la ricchezza di alcuni mezzi elfi servì loro a guadagnarsi anche fama e rispetto nel Continente.

 

Passarono i decenni, passarono i secoli e nulla più sembrava potesse turbare la pace dell’Hildoriath. I due gravi lutti che pure colpirono i reami elfici, quello di Re Finwerin e di Re Marip’in, furono accolti con tristezza sì, ma infine con la consueta serenità, poichè i due regnanti trapassarono naturalmente, secondo la volontà della Grande Madre, per tornare ad abbracciare l’armonia del Tulip. La morte naturale è infatti percepita dagli elfi semplicemente come un punto di passaggio, come una soglia fra due mondi. Aredhel Eldamar succedette al padre sul trono dei Quenya, mentre il giovane Ersyh seguì al padre Marip’in, Re dei Teleri. Ma i traditori del popolo elfico, dalle profondità di Luughnasad, già tessevano le loro trame di vendetta. E quando furono pronti, tornarono in superficie, durante un inverno particolarmente duro. Piccoli manipoli di esperti sicari Drow si sparsero non visti per tutto l’Hildoriath, le loro lame erano intrise del più potente veleno conosciuto, si diceva distillato dal ventre stesso di Kelthra, un dono prezioso e terribile, donato per colpire a morte i più anziani e potenti fra gli elfi. La prima a cadere in agguato fu la saggia Arabella, Regina dei Sindar.

A nulla valsero le cure dei sacerdoti e l’amore del Doriath per la sua regina. Ella morì, e il giovane ma già rispettato Agar en’Nimbreth prese il suo posto. Con la lancia in pugno e lo spirito di Suldanas nel petto, non esitò a vendicare la morte della madre. Dopo Arabella, fu la volta di Re Ersyh di Rotiniel: in una delle sue frequenti battute di caccia nel Sud, lui ed il suo gruppo di guardie furono assaliti e trucidati orribilmente. La morte della Bianca Regina di Ondolinde fu, se possibile, ancor più dolorosa. Anch’ella fu infatti aggredita, ma gli assassini Drow non riuscirono ad ucciderla, poiché l’intervento della Guardia Alta fu tempestivo e non lasciò scampo agli Scuri. Aredehl fu ferita, ed il veleno cominciò a consumare il suo corpo.

L’esultanza per il fallito tentativo di agguato da parte dei Drow fece sì che le condizioni fisiche della Regina non destassero eccessiva preoccupazione, tanto più che la ferita appariva ormai del tutto guarita. Ma Kelthra subdolamente già accompagnava la Bianca Dama verso la morte. La salute della Regina peggiorò di mese in mese e quando le sacerdotesse capirono che non si trattava di stanchezza, ma di un male ben più oscuro e profondo, era già troppo tardi. Neppure Beltaine poteva più salvare Aredhel, tale era il potere di Luugh e dei suoi servitori. Furono mesi di lutto per l’Hildoriath, mesi di solenni cerimonie, intimo dolore e fermi propositi di vendetta; ma il tempo della giustizia per i Figli di Beltaine giunse presto. Nimbreth già regnava sul suo popolo nella Verde Tiond, quando Rotiniel incoronò Elrylith come suo Re, e a Lorac Isildur, prima Comandante della Guardia Alta di Ondolinde, fu affidata la corona ed il Regno della Splendente.

Iniziava così una nuova era per il popolo elfico, chiamato a difendersi ancora una volta contro i fratelli di un tempo.

 

 

E’ particolarmente difficile applicare il concetto di economia al mondo elfico. Un sistema economico presuppone che si produca qualcosa per averne un guadagno in termini economici o quantomeno un vantaggio in termini di status. Il mondo elfico funziona in questi termini soltanto per quel che riguarda gli scambi esterni con popolazioni non efiche, mentre per il mercato interno la produzione è principalmente legata alle esigenze del territorio o della popolazione.

C’è da dire che il sistema di importazione/esportazione è ridotto ai minimi termini, poiché il mercato elfico è molto chiuso. Si importano soltanto elementi non presenti in territorio elfico oppure manifatture umane caratteristiche, o di moda in un periodo determinato della storia elfica. L’esportazione è quindi motivata dall’esigenza di chi vuole acquistare queste merci estere, e provvede in genere al loro pagamento tramite le somme garantitegli appunto dall’esportazione. Questo non significa che non esistano le basi di un sistema monetario. Al contrario il conio elfico produce annualmente una quota definita di moneta d’oro, che viene calcolata in base alla produzione interna di materie prime e non di prodotto finito. Le materie prime difatti sono beneficio assoluto della collettività elfica, ed ogni consiglio cittadino provvede tramite il sistema di guardaboschi e guardie cittadine a visionare lo stato delle risorse naturali. Ogni cittadino che prelevi una quota superiore a 50 elementi di un singolo materiale, deve registrare la “sottrazione delle risorse” presso i magazzini cittadini. Questo permette al conio di calcolare la nuova produzione di moneta per l’anno successivo e permette al consiglio di valutare periodi di “proibizione” che permettano di preservare un determinato elemento naturale dallo sfruttamento eccessivo. Una volta registrato il materiale, chi lo ha prelevato può utilizzarlo per i propri fini. Questo sistema di interscambio produttivo fa si che ogni elfo abbia almeno un mestiere. Una richiesta di aiuto fatta ad un elfo falegname per la costruzione delle sedie di casa propria, presuppone che si abbia maniera di ripagare il favore tramite la propria arte lavorativa. Ogni elfo viene difatti educato fin dall’infanzia in un’arte (come spiegato successivamente).

Chi non riesce ad apprendere “degnamente” almeno un mestiere viene assegnato all’amministrazione cittadina (eliminazione dei rifiuti, pulizia cittadina, sistema di smistamento lettere, ecc…), e da questa pagato con moneta corrente. Tramite questo pagamento, anch’essi riescono a permettersi una vita dignitosa, ma ai margini della “collettività” elfica (concetto di collettività del quale parleremo in seguito). Al momento attuale non ci sono produzioni elfiche molto differenti da quelle umane, tranne che per la manifattura di solito estremamente più accurata. Le arti fondamentali sono molto vicine tra le razze di riferimento, compresa quella della popolazione Djare. Questa situazione era molto diversa prima del periodo dei “falò senza luce”. L’arte elfica si elevava a vette sconosciute dalle altre popolazioni e gli elfi potevano ben vantarsi di questo. Dopo il periodo suddetto, c’è stato una sorta di “oscurantismo” per le arti, che non sembra mostrare evoluzioni in positivo. Gli elfi sembrano difatti non riuscire a riprendere la superiorità che secoli di dominio incontrastato su Ardania gli avevano da principio concesso.

 

Le religioni erano, al principio della storia del mondo, il fulcro della vita elfica. Dopo le “vittorie” riportate dai Decadenti, queste funzioni primarie nella società sono passate in secondo piano, dando alla collettività elfica una visione meno mistica dell’esistenza. Una trattazione accurata delle divinità elfiche si può trovare all’interno del pantheon elfico stesso, ma qui sembra d’obbligo la trattazione sociale delle religioni e delle funzioni clericali. Una differenza fondamentale tra il clero Elfico, quello degli umani e quello dei nani è la credenza in un'unica entità primordiale. Tutti gli elfi che prendono i voti presso la chiesa di qualsiasi divinità, giurano principalmente sul Tulip, di cui i primi tre Dei sono frutto. Il Tulip è quindi il fulcro assoluto della religiosità elfica. I singoli Dei vengono venerati secondariamente come immagini o figli del Tulip, che insieme formano una collettività, a specchio della collettività elfica, che si riporta ad un entità superiore comunque meno presente di loro ma allo stesso modo tangibile. Nonostante vi siano specifiche funzioni associate ad ogni elemento del clero che venera singole divinità patrone, tutti gli elementi del clero vengono chiamati “Germogli del bianco padre” (tradotto dalla lingua elfica) come diretto riferimento al Tulip.

Questo tipo di definizione del ruolo clericale è essenziale per comprendere cosa avviene ad un elfo che voglia percorrere la via del Tulip. L’elfo viene giudicato dal conclave clericale (vedere sotto) e, se ritenuto degno, viene indirizzato ad un clericale anziano che ne giudicherà le attitudini. Una volta giudicate le attitudini del candidato, il suo anziano riferirà al consiglio quale è la strada ritenuta più idonea per lui. Il candidato verrà quindi indirizzato verso un patrono e verso le funzioni che per lui risultano più indicate. Il clero difatti ricopre ruoli societari molto importanti rispetto alle ordinarie funzioni religiose, comunque da loro ricoperte. I sacerdoti di Suldanas sono dignitari amministrativi, che ricoprono funzioni di gestione del personale elfico addetto alla città. I sacerdoti di Beltaine sono medici e dignitari rappresentanti del concilio per quel che riguarda tutte le funzioni sanitarie. I sacerdoti di Earlann invece sono destinati a divenire capi di istituti di formazione, scuole o centri per l’apprendimento dei mestieri. A Rotiniel esiste una delegazione di chierici di Earlann che si occupa esclusivamente della benedizione delle acque e delle imbarcazioni (gli appartenenti vengono detti “Ninfe asciutte”, in senso spregiativo). E’ considerato un grande onore per un chierico di Earlann farne parte, ed in genere i membri del consiglio di Rotiniel (per la parte religiosa), sono promossi da questa cerchia. I compiti assegnati ai sacerdoti di Morrigan sono invece quelli di investigazione. Sono i nemici giurati degli eretici e degli adoratori dell’oscuro. Loro supportano le truppe dell’esercito o le guardie cittadine nelle indagini. Molte volte vengono eletti anche giudici cittadini, ma in questo caso non è raro che abbandonino l’abito talare. Sono terribili ed astuti esperti di interrogatori e di torture, per le quali sono molto temuti. Questi sacerdoti hanno una delegazione particolare ad Ondolinde, chiamata “Del buon risveglio”, specializzata nell’interpretazione dei sogni. In genere è da questo gruppo che viene scelto il nuovo patriarca di Morrigan.

Dei culti malvagi di Luugh e Kelthra, si sa molto poco. In realtà nella collettività elfica, a differenza che nella frammentaria società umana, questi culti non hanno modo di espandersi. Si sa che esistono adoratori di queste divinità anche al di fuori della società Drow, ma questi vivono perennemente nascosti (fin quando i seguaci di Morrigan non riescono a trovarli) oppure si rintanano ai margini della collettività, sopravvivendo più che vivendo, sostenuti soltanto dalla forza dell’odio e del male. La certezza dell’esistenza di questi adoratori è data dalle esecuzioni che i chierici di Morrigan amministrano ogni anno. Come avete potuto leggere, non c’è alcuna funzione religiosa che si occupi della morte. Questo è dovuto alla particolare struttura anatomica degli elfi: non resta traccia del loro corpo dopo il trapasso. Alcuni umani sono allora curiosi di sapere come mai esistano delle tombe elfiche. Queste in effetti non hanno lo stesso scopo di quelle umane o naniche, non sono il posto che contiene i resti corporei del defunto, ma sono principalmente un monumento alla persona stessa. Alle volte ne sono uno speciale ricordo. In verità ne esistono pochissime, poiché appunto il concetto di “sepoltura” non fa parte della cultura elfica. Dopo il loro ciclo di vita (di cui parleremo più avanti) gli elfi “sentono” di stare per morire. Si racconta che gli anziani ascoltino “la canzone del Tulip”.

Una volta che questo tipo di sensazione pervade la sua persona, l’elfo si reca verso il luogo scelto per il proprio trapasso, il luogo dove dovrà essere giudicato degno o meno di tornare al Tulip. Molti elfi utilizzano anni interi della loro vita percorrendo le lande del Doriath alla ricerca del posto adatto alla loro partenza. Curiosamente gli elfi stessi ammettono che tale luogo è per quasi tutti vicino al luogo dove sono nati o vissuti. Comunque sia, il corpo dell’elfo che sente la canzone del Tulip resiste in vita tra i 6 ed i 9 giorni e, una volta finito il tempo, torna alla natura come il vento. L’elfo infatti (che conserva sempre l’aspetto di un umano avente massimo 40 anni, poiché lo sviluppo fisico rimane congelato tra i 25 ed i 40 anni) è soggetto ad un episodio di autocombustione così repentino e terribile, che di lui non rimane che sottilissima polvere, portata via dal minimo alito di vento. Alla scena possono assistere soltanto le persone che il morente ha richiesto perché presenziassero al suo giudizio. In genere però l’elfo giunge da solo al luogo scelto. E’ considerato tra gli elfi un assoluto privilegio essere guidati da un proprio amico nel luogo prescelto per la propria morte, e sedersi lì con lui a parlare del passato. Non si è parlato neanche di sacerdoti che celebrino funzioni di congiunzione, come quella del matrimonio. Il matrimonio difatti è un’usanza che gli elfi non hanno. Gli elfi legano il loro sentimento d’amore profondo alla condivisione della vita con un'altra persona. Come fecero Beltaine e Suldanas, una coppia elfica si scambia sotto un albero “l’abbraccio d’amore”. Dopo questa solenne promessa (di cui danno a tutti l’annuncio mesi prima, di modo che più persone possibili possano essere presenti a testimoniare l’evento comunitario), la coppia comincia a vivere insieme. La solidità del loro amore è dimostrata da quanto tempo la coppia riesce a vivere insieme felicemente. Difatti nella collettività elfica un secondo abbraccio d’amore sarebbe visto come un grande insulto agli Dei. Proprio per l’importanza che questo atto ha di fronte alla collettività, gli elfi spesso non si impegnano definitivamente con una persona. Questo li rende promiscui agli occhi degli umani e smidollati agli occhi dei nani, e priva il continente elfico di molti fanciulli. Alle volte, alcune coppie elfiche che hanno stretti rapporti con gli umani, fanno celebrare un matrimonio “pubblico” e con scambio di fedi dai sacerdoti di Suldanas.

Queste occasioni sono davvero rare e spesso sono viste molto male dalla collettività, specialmente da coloro in cui sopravvivono reminiscenze del pensiero degli “Imperialisti”. In ultimo c’è da spendere qualche riga su alcune peculiarità caratteristiche che escono appena fuori dalla sfera religiosa. Ci sono alcune minoranze pagane, che credono in un essere semidivino chiamato “drago di smeraldo”. Questo drago è venerato particolarmente presso la città di Tiond, dove si dice ci siano decine di sostenitori del culto del drago di smeraldo, pronti ad erigere un tempio in suo onore. Questa diceria si protrae nel tempo da più di 900 anni… ad ogni modo è indubbio che ogni credente di Tiond crede fermamente anche alla leggenda del Drago di smeraldo protettore del Tulip. Negli ultimi 2000 anni si è poi risvegliato con notevole fermento il culto dell’albero bianco. Sotto la guida di Terlaj il dotto (morto da pochi anni), si sono riuniti ad Ondolinde tutti coloro che venerano il simbolo della città come essere senziente. Questi hanno fondato una piccola comunità agreste di più di 200 persone. Il vecchio concilio di Ondolinde ha riconosciuto in essi una minoranza religiosa e questi hanno votato il loro animo al bianco albero, sottoposti comunque al patrocinio della chiesa di Suldanas. Prima ho avuto modo di scrivere del conclave clericale, ma non di specificarne l’origine. Il conclave clericale è una forma particolare di Concilio. A differenza dei concili cittadini, questo ha un carattere generale, come il concilio millenario. Presenziano al conclave clericale tutti i patriarchi delle divinità principali della religione elfica, tranne i rappresentanti di Luugh e Kelthra.

Di fronte a questo conclave sono presentati tutti gli eventi di carattere religioso che la collettività giudica rilevanti, inoltre vi vengono valutati tutti i passaggi di ruolo all’interno degli ordini religiosi afferenti ai patroni. Una cosa che viene spesso reputata poco gradevole dai non elfi è che, tramite la possibilità di controllare direttamente i ruoli all’interno della struttura religiosa, il conclave decide anche chi saranno i loro stessi colleghi o successori. Si elegge e rinnova autonomamente e senza controlli da parte di agenti “non interessati”.La collettività elfica non ha comunque modificato questa struttura da quando la stessa collettività ha memoria, e tanta longevità è ritenuta una prova ottimale al fine di giudicare questa struttura stabilmente valida.

 

Il concetto del tempo nella vita degli elfi merita uno spazio particolare all’interno di questo trattato. Va detto a principio di tutto che un elfo in condizioni ottimali ha una speranza di vita tra i 1350 ed i 1400 anni (il canto del Tulip viene sentito tra i 1350 ed i 1400 anni e nessun elfo è mai vissuto di più negli ultimi 4000 anni). Nonostante vivano meno dei nani, il fatto di non avere una struttura societaria rigidamente organizzata come quella del popolo di Djare, mette l’elfo in una perenne condizione di noia. Questo anche perchè la collettività elfica tende ad abbattere l’arrivismo ed il desiderio (a volte persino la stessa possibilità) di accumulare beni, materiali e non. Il tempo quindi per gli elfi scorre estremamente tranquillo, cadenzato da frequenti obblighi che lo stesso concilio cittadino o la collettività sanciscono per l’elfo.

Come vedremo sotto difatti, per l’elfo viene stabilito un periodo di istruzione ed apprendistato, che lo porta ed essere parte della collettività in un arco temporale molto lungo, facilitandogli quindi lo scorrere del tempo. Fuori dagli impieghi “istituzionali” del tempo, l’elfo non si discosta molto dal comportamento umano per quel che riguarda gli svaghi. Preferisce però quelli che possono riempire il vuoto temporale per un periodo più prolungato di quello concesso da una rissa in locanda o da una bevuta in compagnia. Data la loro educazione formale, gli elfi si dedicano spesso a coltivare un interesse legato al loro stesso lavoro (un falegname diverrà anche incisore e terminerà un mobile dopo ulteriori due settimane passate a rendere perfetta l’opera), oppure alla lettura di un libro, se non alla stesura di un testo su argomenti di cui conoscono molte nozioni. Non è difficile trovare elfi che dipingano in compagnia per giorni interi, e che poi si scambino tra loro il dipinto per appenderlo in una stanza della loro abitazione. Un altro modo di svagarsi favorito dagli elfi è quello di viaggiare quando possibile oppure quello di riunirsi per raccontarsi storie, in genere lunghissime, ed alle quali può partecipare anche chi ascolta.

 

Va detto che il concetto di istruzione per gli elfi è molto ampio. Si intende per istruzione tutto quel che riguarda l’avvio verso l’integrazione con la collettività elfica. Un bimbo elfo esce di casa all’età di 5 anni e ci si aspetta che sappia camminare e parlare con una certa dimestichezza, nonché che comprenda già il concetto di ruolo e disciplina. Tra i 5 ed i 15 anni, nella “Prima radura”, al piccolo elfo vengono insegnati e perfezionati tutti i modi comportamentali e le conoscenze principali, compresi la lingua elfica ed il linguaggio comune. Successivamente, tra i 15 ed i 45 anni, l’elfo riceve educazione sui classici della letteratura, sul comportamento e sulle usanze umane. Gli vengono inoltre somministrate lezioni di ogni materia culturale atta a far maturare in lui un’educazione superiore, come si addice ad un elfo.

Nel caso non si ritenesse l’elfo (oramai fisicamente maturo) adatto ad entrare nella “Seconda radura”, il periodo di apprendimento terminerebbe e l’elfo verrebbe messo a servizio dello stato, come scritto sopra. Gli insegnamenti della “Seconda radura”, sono destinati ad impegnare il giovane elfo nelle arti lavorative per crearne un perfetto artigiano o lavoratore (si studiano in questo periodo anche composizione, pittura, canto, ecc…). Si esce dalla seconda radura dopo 50 anni di apprendistato, quando l’età dell’elfo è giunta ai 95 anni. A questo punto allo studente viene proposta la sua unica scelta. Può dedicarsi al lavoro appreso (questa scelta in genere non viene mai fatta, a meno che l’elfo non si sia distinto come genio in una professione), oppure proseguire verso la “Terza radura”. In tal caso, per i successivi 55 anni l’elfo imparerà l’arte della sopravvivenza, l’arte del combattimento o della magia (a seconda delle propensioni) e presterà servizio in una guarnigione dell’esercito elfico per un periodo di 10 anni. A 150 anni quindi, l’elfo diviene “libero” di scegliere il suo destino, in armonia con la collettività elfica. Le radure vengono difatti viste come punto di passaggio, mentre si attraversa il sentiero verso la collettività elfica.

In questi 150 anni si è stati sottoposti comunque e sempre al giudizio di questa collettività ed è stato insegnato all’elfo come diventare parte di questo stesso giudizio, sentendosi tutt’uno con i suoi fratelli (come i rami sono parti del Tulip, ed allo stesso modo sono il Tulip stesso). Gli elfi che non hanno attraversato tutte le radure sono visti come marginali rispetto alla collettività e non riusciranno mai a ricoprire ruoli di rilievo nella società elfica.

Dopo 150 anni di vita “veicolata” è spesso traumatico per l’elfo tornare ad una vita che egli può regolare autonomamente in tutto e per tutto. Le città mettono quindi a disposizione dell’elfo alcuni sistemi di integrazione, che aiutino quest’ultimo a tornare ad una vita più libera. Si può scegliere dunque se prestare ulteriori 10 anni di servizio presso una guarnigione cittadina (vicino alla casa natale), oppure si può scegliere di dedicarsi per 10 anni alle opere pubbliche (in un luogo a scelta del candidato). Si può mettere quindi a disposizione l’arte appresa nella “Seconda radura”, per fare manutenzione alle infrastrutture cittadine o per opere assistenziali.

 

Già da quanto è stato scritto in precedenza si dovrebbero comprendere molti aspetti della vita elfica. Quello che ora andremo a toccare sono alcune abitudini o caratteristiche societarie che possono forse interessare il lettore. In buona sostanza la società elfica si è avvicinata molto a quella umana, negli usi e costumi, da quando i “Decadenti” sono riusciti nel loro intento di livellare la grande supremazia culturale elfica. Una cosa che comunque è rimasta quasi immutata nel tempo è la grande esperienza medica degli elfi (quasi totalmente appannaggio della classe clericale).

Si dice che gli elfi vivrebbero soltanto 500 o 600 anni se non fosse per il loro progredito sistema medico (magico o meno). L’evoluzione della loro razza, derivata da anni di cure che ad altri popoli sembrano miracolose, non solo ha prolungato fino a limiti incredibili la vita degli elfi, ma li ha dotati di alcune caratteristiche fisiche non comuni. Gli elfi difatti, sono poco sensibili al freddo ed al caldo atmosferico, ed hanno un udito ed una vista leggermente migliori di quella delle altre razze. Ciò si mostra anche all’occhio inesperto, poiché anche in inverno gli elfi sono soliti vestire con abiti molto aperti e di stoffa sottile. Dotati di un’avvenenza non indifferente, spesso gli elfi amano mostrare in maniera quasi sfacciata i loro bei corpi. Gli abiti tipici difatti seguono le curve del corpo di chi li indossa e sono rigorosamente fatti su misura. Un’altra tipicità assolutamente elfica è quella di spostarsi a piedi negli ambienti cittadini, camminando con una lentezza che un umano troverebbe esasperante, mentre un nano troverebbe perfetta per le sue corte gambe. Al di fuori delle loro città principali, che la collettività sente come proprie, gli elfi sono assolutamente tolleranti ed accondiscendenti con chi elfo non è. Tendono ad evitare litigi, che reputano futili perdite di tempo, e a concedere invece chiarimenti. Difficilmente arrivano alle armi, se non quando è strettamente necessario. Diffidano degli umani (a parte le rarissime persone dette “amici degli elfi”), che considerano avere una coscienza barbara poiché “singola”, troppo istintiva e poco riflessiva. Li considerano una piaga per l’ambiente circostante, che non rispettano e che anzi distruggono per prelevarne senza criterio le risorse. Verso i nani provano un terribile senso di colpa, a cause delle storie che gli elfi stessi hanno raccontato sulla prigionia millenaria del popolo Djare (storie che sono terribilmente attinenti ad alcune congetture “Decadentiste” sulla storia passata). Sono aperti al dialogo verso quell’antica popolazione, che comunque sembra tanto diffidente verso di loro da essere quasi pericolosa. La vera e concreta differenza che rende la popolazione elfica unica è la loro “collettività” (che non è stato possibile evitare di citare in precedenza). Anche per chi è elfo è improbabile descrivere la collettività elfica su di un testo come questo. La collettività è frutto di un lavoro millenario, atto alla creazione di un pensiero comune e condiviso da tutti gli elfi viventi. Questo non significa che essi condividano la stessa mente o che non abbiano una coscienza individuale, ma che vivono in un contesto dove alcune scelte sono tanto massificate e condivise che non sarebbe ipotizzabile fare diversamente.

La collettività è tanto importante per un elfo e tanto condivisa, che se lui avvertisse la sensazione che gli fosse ostile o se sapesse che la sua dipartita servirebbe a migliorare la collettività stessa, potrebbe arrivare a togliersi la vita. E’ chiaro che questo accade con estrema rarità, poiché tutti gli elfi sono la collettività e la collettività sono gli elfi stessi, quindi il discostarsi da questo sentiero rischierebbe di rendere folle un individuo. Per gli elfi anche la natura ha una propria collettività, e l’emblema di questa è il Tulip, dove per immedesimazione la collettività è il tronco portante e gli elfi i suoi singoli rami. Gli elfi adorano la natura per questo, e reputano primitive tutte le razze che non fanno parte di una collettività. Tutte le razze quindi, ad eccezione di quelle tuttora non note alla loro scienza. La collettività porta vantaggi incredibili per quanto riguarda il senso di fratellanza e coesione di tutto il popolo elfico. Allo stesso modo produce i suoi due estremi: i Decadenti rappresentano la nuova crescita dell’albero, il bocciolo che forse non sopravvivrà all’inverno, mentre gli Imperialisti ne rappresentano le solide radici. Quando la collettività è stabile, la società fiorisce in maniera stupefacente, portando gli elfi alle più alte vette dell’evoluzione, come è stato in passato. Quando all’inverso uno dei due estremi della collettività è tanto forte da riuscire a deviare il sentiero della collettività stessa, questa rischia di morire, come morirebbe un albero malato. Per via della collettività gli elfi hanno sempre per organi decisionali concilio. Il piccolo cerchio del concilio fatto da persone illustri, riproduce il fulcro della collettività.

Come si è già intuito dalle nozioni precedenti, in genere gli elfi riescono a distinguersi nella società tanto più sono inseriti nella collettività. Tra le molteplici funzioni della collettività, che sarebbe impossibile elencare completamente, c’è anche quella di stabilire fermamente le gerarchie e gli status individuali. Un elfo sa comunque e sempre in quale punto della gerarchia sociale si trova e quanto è partecipe nella collettività.

 

I mezz’elfi sono considerati dagli elfi uno “sbaglio”. Come viene accettata, all’interno della comunità elfica, qualche contaminazione della cultura umana vissuta spesso come una moda del momento, così è accettato anche qualche incontro con uomini o donne della razza umana. Difatti un mezzo elfo può nascere soltanto da un unione tra un componente di razza elfica ed uno di razza umana. I mezzi elfi vengono sempre fatti nascere nel continente elfico (o almeno così si tenta di fare), sotto le cure di nutrici esperte e la supervisione di un sacerdote di Beltaine. Purtroppo il piccolo non potrà mai essere educato come un elfo, ne potrà partecipare alla collettività elfica, quindi il genitore elfo è assolutamente consapevole che non potrà crescerlo personalmente. Infatti la collettività non desidera mezzi elfi all’interno del loro continente, ma ne tollera la presenza poiché sono frutti immaturi del loro albero. La quasi totalità dei mezzi elfi vengono inviati nel continente umano una volta svezzati, ed affidati al genitore di quella stirpe, oppure lasciati di fronte a chiese umane. Questo è il meglio per loro, poiché la storia dimostra che i mezzi elfi non vivono più di 30 anni nella collettività elfica, dove la loro vita si svolge con ritmi troppo diversi da quelli dei loro genitori elfi e per tale motivo non sono in grado di integrarsi. Alcuni arrivano a consumarsi lentamente con il passare del tempo, ma la maggior parte di loro parte verso le terre umane o verso la città di Rotiniel per trovare un ambiente più vicino alle loro esigenze.

 

Nonostante la collettività congiunga tra loro tutti gli elfi, ci sono comunque delle differenze peculiari che si sono andate evidenziando nei millenni. Questo perché la collettività stessa lascia fluire l’individualità degli elfi, e tendono a formarsi altri ramoscelli dai rami principali del suo grande albero. In particolare ci sono 4 stipiti elfici, che sono andati rafforzandosi negli anni e che hanno portato anche al raggruppamento di densità demografiche rilevanti, unite dagli stessi impulsi. Ognuno di questi ha fondato una sua città. Approfondiamo alcuni punti già toccati in precedenza. Per quanto possa sembrare assurdo anche i Drow condividono la collettività, ma ne sono tanto ai margini da non essere assolutamente influenti per cambiarne il sentiero. Nonostante questo i Drow possono essere considerati gli Imperialisti assoluti (ad un estremo dell’albero, le radici dicono alcuni). Sempre fermamente convinti che la razza elfica possa dominare su tutta Ardania, essi considerano inferiori tutte le altre razze. Adorano fermamente le divinità oscure e non si sa molto altro di loro, se non che possiedono nel sottosuolo moltissime città, tra cui la più grande di tutte e capitale del loro impero è Luughnasad.

I Drow combattono ogni ostacolo che possa impedirgli di conquistare la totalità del potere in Ardania. Anche i propri fratelli, che non comprendendo quello che loro credono essere il vero destino degli elfi, devono essere prima sottomessi, poi guidati con la forza verso il nuovo sentiero della collettività. Dal lato opposto dell’albero, vi sono i germogli richiamati dalla natura stessa: i Sindar. Essi hanno visto nelle passate tragedie, nella guerra dei 100 anni e nel presente, chiari simboli della decadenza della cultura elfica. Molti elfi quindi si sono sentiti richiamati dalla natura primordiale del Doriath e si sono isolati all’interno di essa, essendone protetti e proteggendola. Sono i primi e più fermi sostenitori della collettività della natura e sono Decadenti per eccellenza. Non sono però attivi sul fronte politico della “battaglia silenziosa”, ma al contrario sono passivi e chiusi nel loro ritiro, tendendo a rimanere stabili nella loro posizione o a sparire nella storia. Sono di gran lunga anche gli elfi meno combattivi, ma se si è inseguiti da un cacciatore Sindar è bene sperare di non essere a tiro di freccia.

I Sindar hanno fondato all’interno della foresta una città di nome Tiond, e questa è tanto armonizzata con la natura circostante che si narra sia introvabile se non si è guidati da un cacciatore Sindar. Molti uomini sono spariti tentando di entrare al suo interno senza essere stati invitati. Il terzo stipite elfico è quello dei Teleri, storicamente il più vicino all’epoca presente. Questi elfi tendono ad essere intraprendenti mercanti ed abili strateghi. Inoltre hanno la spiccata tendenza a mentire a chi non sia elfo. Furono i primi a farsi vedere dagli umani dopo molto tempo e furono i primi ad ingannarli, traendo enormi profitti dal commercio con il loro continente. Con i proventi di questi commerci fecero fiorire la loro città, Rotiniel. Questa città è anche il porto principale del continente elfico e l’unico dove sia consentito di approdare ad imbarcazioni di altre razze. Il ceppo Telero è pienamente integrato nella via elfica. In genere accoglie nella sua città soprattutto quegli elfi che scelgono di fermarsi alla “Seconda radura”, oppure gli elfi per i quali la collettività sia poco stimolante sul lato economico e si vogliano avvicinare all’ambiente umano. Questi elfi difatti, pur partecipando attivamente alla collettività, sono quelli che meno si legano alla tradizione e sui quali ha meno presa l’ambiente del Doriath. Non è strano trovare un Telero vestito come un contadino umano (se questo a lui fa comodo). I Teleri sono il vero muro portante della corrente degli “Illuminati”, al momento prevalente nella collettività elfica. All’altro capo dell’equilibrio tra Decadentismo ed Imperialismo si trova il nobile popolo dei Quenya.

Questo stipite è profondamente legato alla tradizione Imperialista e crede che gli elfi debbano dominare su Ardania tutta, ma credono ancora in una possibile politica coloniale e nel vecchio sistema economico Decadentista, che al contrario di quello Telero non ha assolutamente possibilità di imporsi sugli altri popoli poiché basato sul concetto di collettività ed aiuto reciproco, assente nella mente di chi non è elfo. I Quenya sono l’unico popolo elfico che conserva ancora prove tangibili di un lontano passato, preservandole all’interno della splendente Ondolinde, prima tra le città di questo popolo. All’interno di questa città vi sono meraviglie che non oso scrivere in questo trattato, ma che simboleggiano, insieme alla struttura stessa della città, l’antica e perduta potenza della collettività elfica. La più conosciuta di queste opere è una creazione scientifica di diversi millenni or sono, il rivela stelle. Questo potente cannocchiale permette di scrutare il cielo come se si possedesse un occhio vicino alle stelle. Tanto ha creato la mano dell’elfo grazie alla scienza, che ci fa tremare il pensiero di ciò che avrebbe fatto la sua magia! Questi sono i rami della collettività elfica, con le loro quattro capitali. Ad oggi sembra che le politiche delle varie città stiano portando al decadimento ognuna di queste. Forse si riscatteranno e la storia vedrà un nuovo periodo dorato per gli elfi, oppure lo scorrere del tempo avvicinerà la più antica delle razze alla sua scomparsa.

0 (- 1400 A.I.) –Anno dei Fiori Spenti. Il tulip è colpito da una grave malattia e da quest'anno ricomincia la conta degli anni elfica. Da molti secoli sono al trono gli Antichissimi regnanti elfici Arabella, Finwerin e Marip'in, per le rispettive città di Tiond, Ondolinde e Rotiniel.

28,7 F.T. (- 826 A.I) – Ad Ondolinde il potere va in mano ufficiosamente ad Aredhel Eldamar, che diviene Ninque Heri, amministrando il regno al posto del padre, ancora nominalmente Aran.

42,7 F.T. (- 812 A.I.) - Un consiglio di 2439 elfi, decide in 144 anni la necessaria bonifica della zona di Ilkarin dalle paludi che infestavano il luogo, per aprire una nuova via commerciale sicura. Successivamente alla bonifica, nascerà un fiorente villaggio.

39,20 F.T. (199 A.I.) – La Battaglia dei Grandi fiumi. L'Esercito Reale hammin, i maghi di Edorel, gli elfi del Doriath ed i Nordici di Helcaraxe uniscono le forze per sconfiggere le truppe di Surtur in questo fatidico anno. Da questo momento gli elfi cominciano finalmente a rivelarsi agli umani, e nascono i primi contatti ufficiali.

41,20 F.T. (202 A.I) – Anno dei Sonni Sereni. Finwerin Eldamar e Marip'in Elenion muoiono di morte naturale lo stesso anno, venendo succeduti rispettivamente dalla figlia Aredhel e dal figlio Ersyh.

52,20 F.T. (213 A.I )– Incendio di Rotiniel: la città viene devastata. Comincia la ricostruzione col massiccio stile che la caratterizza oggi.

27,21 F.T. (266 A.I) – L'attacco dei Figli di Luugh: muore Arabella ed il figlio Agar en’Nimbreth diviene Haran di Tiond. Muore Ersyh ed Erylith diventa Aran di Rotiniel. Muore Aredehl e Lorac Isildur è incoronato Aran di Ondolinde.

 

 

 

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