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Anno 266 - Anno 267 - Anno 268 - Anno 269 - Anno 270
Anno 271 - Anno 272 - Anno 273- Anno 274 - La Grande Cometa

In questo manoscritto io lascio la Conoscenza dei fatti, delle persone e delle forze celesti che agirono in Ardania da quando iniziai ad interessarmi di questi affari fino ad oggi, giorno in cui gli Dei stanno per chiamarmi a render conto del mio operato. Un unico augurio lascio al lettore: che possa trovar utile cio' che su queste pagine e' vergato, poiche' la storia e' nuova solo se mai ci si volta a guardare quel che alle spalle si e' lasciato.

Apparve inavvertitamente. Una semplice, fioca luce, proveniente dalle tenebre che tutto ingoiano, dai profondi abissi oltre i quali Crom osserva, e decide, assiso sul dorato trono, il destino degli uomini. Il giovane apprendista pensò subito si trattasse di un proprio errore, forse la riflessione di qualche altro astro, forse le lenti del telescopio montate male. Rimase assai sorpreso quando vide tutta quell’agitazione nelle maestose aule dell’Accademia delle Arti, non appena comunicò ai superiori lo strano fenomeno; avvertì un’inesplicabile sensazione di paura, mista ad uno strano stato di ansia… Quella piccola, ignota lucerna divenne il principale oggetto di ricerca e discussione in tutti i luoghi di studio, nelle terre elfiche come nei feudi umani; un’eccitata agitazione regnava negli ambienti scientifici, mentre il bagliore giorno per giorno aumentava, illuminando le limpide sere invernali di una luce pallida, malaticcia, spettrale. Mistici e maghi sentirono una vibrazione ignota nell’energia vitale, nel Flux; inevitabilmente, come una forza indipendente dalla volontà, essi erano portati a seguire, anche nelle ore di luce in cui la cometa non era visibile, il punto in cui essa si stagliava nel cielo durante la notte, ne sentivano la presenza incombente, ne sentivano la potenza distruttrice, come una pesante cappa avvolta sulle proprie teste.

Inusuali fenomeni meteorologici accompagnarono la venuta dell’astro, bizzarri comportamenti furono osservati in uomini e bestie, spaventosi ritmi di tamburi e inaudite strida provenivano dai recessi più oscuri e dalla montagne disabitate, ove si sussurrava di terribili riti e sacrifici di infanti, ignobili creature apparvero da terre sconosciute recando il loro pesante fardello di morte e distruzione, mentre pazzi e fanatici vagavano in ogni dove annunciando la fine del mondo. Ben presto, gli studiosi di astronomia e matematica riuscirono a calcolare la traiettoria della meteora: essa avrebbe intersecato, approssimativamente nel mese di Adulain, la traiettoria terrestre, colpendo la superficie in un punto compreso tra le acque antistanti Rotiniel e le fertili terre dei domini edoreliani. In ogni caso, il destino di Edorel sarebbe stato segnato, poiché l’impatto dell’immenso macigno o la furia delle onde da esso provocato, non l’avrebbe risparmiata. Il panico, come un’infida creatura strisciante, s’insinuò in ogni strato della popolazione.Ovunque si assistette a terribili quanto totalmente inspiegabili atrocità: da ogni luogo provenivano voci di madri che uccidevano i propri figli, figli che appiccavano fuoco alle case dei propri genitori, diserzioni e ammutinamenti, stermini e stragi senza ragione apparente. Chierici e sacerdoti di ogni credo furono per molti le uniche ancore di salvezza: unirono anime invocando gli Dei in cerca di misericordia, salvarono vite organizzando e costituendo ricettacoli di civiltà ove il governo temporale non sapeva come comportarsi, portarono speranza ergendosi davanti alla tragedia con la forza della Fede. In ogni angolo di Ardania scoppiarono sommosse e ribellioni: governi e regnanti furono accusati di totale impotenza di fronte alla catastrofe imminente. Per tutti, l’Apocalisse, preannunciata nei testi sacri di ogni credo, la fine della civiltà e del mondo conosciuto, stava per giungere alla carica, scuotendo i tristi sonagli di Sofferenza e affilando le funeste armi di Dolore e Morte. Il sentimento di rassegnazione verso quella che sembrava una tragedia inevitabile era spesso associato alla voglia di scrollarsi di dosso ogni regolamento, legge, dovere, in nome della libertà nel più assoluto significato del termine.

Un gruppo di fanatici di scarlatto vestiti, dalle vesti lacere segnate dalle continue flagellazioni, dal volto coperto e dallo sguardo deciso, apparve nelle piazze delle capitali umane, incitando le folle alla completa ribellione ai poteri precostituiti, preannunciando la fine del mondo, scatenando tumulti e rivolte, sfidando guardie e magistrati, il tutto in nome della più completa Libertà e dell’Uguaglianza, per poi scomparire nel nulla da cui erano venuti.Le idee riformatrici di quegli uomini vennero osteggiate e soffocate nel sangue e nell’oblio; provenienti da tutti i ceti sociali, essi a gran voce chiedevano la fine di ogni distinzione e gerarchia, cosicché le azioni di repressione provocarono ancor più incertezza e aumentarono la mancanza di fede nelle autorità. Durante il mese di PostApritore, la cometa si stagliava nel cielo come un secondo, malevolo sole, un pungolo insanguinato fisso nei cieli di Ardania.

La gente evitava di uscire all’aria aperta, intimorita e abbattuta dall’imminenza della tragedia: le madri chiudevano porte e finestre e nel buio delle case stringevano forti al petto i pargoli, mentre i vecchi, alzando i pugni al cielo, maledicevano l’astro che avrebbe cambiato il mondo in cui essi avevano trascorso l’esistenza. Vi furono parecchie riunioni, assemblee, concili promossi dalle menti più fervide e attive di entrambi le stirpi, elfica e umana, al fine di trovare un possibile mezzo per scongiurare il pericolo, un qualsiasi modo per deviare o distruggere la terribile lama puntata sull’avvenire del pianeta. Particolarmente importante fu il contributo dei maghi dell’Ordine della Luna di Ondolinde e dell’Accademia delle Arti di Hammerheim, i quali discussero e in seguito tentarono diversi approcci per fermare il funesto macigno: tra le varie proposte, godettero di estrema attenzione la “Teoria degli accumulatori” promossa dal Mago Luxor e “La Fusione dei Riti” scoperta, studiata ed estesa rispetto alle conoscenze di cinquecento anni prima, dal Tetrarca dell’Alba Sardaucas. Iniziarono inoltre a correre voci di un antico, precedente passaggio dell’astro portatore di morte sui cieli di Ardania; il Tetrarca Anziano dell’Accademia delle Arti, Astandir Enderel, trovò numerose prove riguardo ai fatti successi settant’anni prima.

 

Deanad settant’anni fa era poco più di un villaggio di contadini; sorgeva nella città un piccolo edificio dedicato allo studio dell’astronomia, guidato da alcune menti brillanti emigrate dall’Accademia di Edorel alla ricerca della pace e della solitudine necessarie ai propri studi.

Gli astronomi di Deanad, preoccupati dell’apparizione di quell’astro sconosciuto, si misero immediatamente al lavoro e dopo accurati calcoli, capirono che la stella di cui si parlava non era altro che una cometa, la cui traiettoria intersecava preoccupantemente quella terrestre. Il panico prese i loro cuori: decisero di informare i capi del villaggio, mandarono messi per tutte le città del continente, a cui i vari regnanti non prestarono granché attenzione, data la più vicina e pressante minaccia proveniente dagli oscuri abissi di Surtur. Il Tempo seguitava a percorrere il suo silenzioso cammino e l’astro si fece cosi vicino da essere visibile ad occhio nudo, anche durante le luminose ore in cui il carro del sole viaggiava per gli spazi celesti. E mentre l’Esercito Reale di Hammerheim arretrava collezionando sempre più pesanti sconfitte ad opera del Re Nero, mentre la cometa si muoveva inarrestabilmente verso il globo terrestre, una terribile epidemia di peste scoppiò e divampò per ogni dove. Dalle testimonianze dell’epoca si parla di “…un nemico altrettanto potente (che) mieteva centinaia di vittime tra gli uomini, non nel furore della battaglia, bensì nel doloroso silenzio della malattia. Fu la più terribile epidemia che l’uomo avesse mai conosciuto; e tutto ebbe inizio nell’anonimo e pacifico villaggio di Deanad…” Andando a ricercarne la causa, la storiografia ufficiale, così si esprime: “…gli abitanti di Deanad sapevano che entro l’anno gli orchi sarebbero arrivati al loro villaggio e, essendo una comunità di semplici contadini, si limitarono a pregare riuniti attorno alla loro guida spirituale, il Cappellano del villaggio. Tuttavia il panico aumentava, comprensibilmente, di mese in mese.

Al che nessuno seppe affermare che cosa accadde di preciso, forse la ragione andrebbe ricercata nella natura dell’essere umano[…]In uno strenuo tentativo di salvarsi la vita, rinnegarono la loro fede e si votarono al Dio Oscuro, “colui il cui nome non può essere pronunciato”, il dio del Nemico. A quel punto una sorta di isteria collettiva colpì la popolazione locale. Il Cappellano, che tentò di opporsi, fu orrendamente trucidato e condotto in sacrificio. Fu eretto un altare a Vashnaar, esso veniva adorato giorno e notte, con salmi, preghiere e sacrifici. Prima vennero sacrificati animali, poi uomini e donne, infine, orribile a dirsi, neonati. E il Signore Oscuro si accorse di tanto zelanti seguaci e donò loro la salvezza, la vita eterna. Mai dono fu più sventurato. La popolazione di Deanad conobbe così l’orrore della non-morte. In una sola notte ogni persona del villaggio fu contagiata da una sconosciuta malattia, che, dopo lunghe sofferenze, li portò alla morte, o, meglio, alla rinascita a nuova vita, come servi di Vashnaar. Gli abitanti di Deanad, ridotti a zombi senza volontà, presero a vagare per il Regno, contagiando ogni forma di vita con ciò che loro chiamavano il “Dono di Vashnaar” e che invece passò alla storia come la Peste Scarlatta, poichè i corpi infetti, prima di terminare la propria esistenza umana, presentavano pustole e macchie di colore rossastro-violaceo…” Ulteriori ricerche da parte del Tetrarca Anziano portarono alla luce una nuova, angosciante verità.

La peste arrivò accompagnata dai neri vessilli del Sovrano Oscuro, probabilmente portata dagli orchi delle montagne e dilagò a causa delle cattivissime condizioni igieniche e alla terribile sottonutrizione causati dalla guerra continua. In quegli oscuri giorni, una nuova filosofia nata a seguito della confusione e della paura generale, si insinuò profondamente in ogni strato della popolazione dell’intero continente, una filosofia che si prefiggeva il compito di abbattere dalle fondamenta l’intera struttura sociale su cui poggiava suo malgrado la vita di ogni uomo. Fanatici, mistici, appestati, persone ormai dominate solo dal terrore e dal panico degli eventi vagavano disperati per ogni città, flagellandosi al fine di espiare le proprie colpe in attesa del Giudizio divino, ammonendo gli abitanti sull’inevitabile avvicinarsi della fine del mondo, l’evento ultimo che avrebbe distrutto l’intera razza umana, preannunciata in tutti i testi e riti religiosi di ogni cultura e etnia, l’Apocalisse. Il villaggio di Deanad, circondato dai nemici, senza nessun aiuto da parte dell’Esercito Reale, decimato dal dilagare della malattia, abbandonò il proprio credo abbracciando il nuovo pensiero, divulgato dalle menti liberali degli studiosi, nonostante l’ovvia contrapposizione dei nobili e della classe dirigente. Arrivò il fatidico giorno, era il Quindicesimo Dodecabrullo del 193esimo A.I., la luce della stella era cosi forte che non vi fu alcuna notte, due soli contemporaneamente attraversavano i cieli di Ardania, le famiglie si chiusero nel buio della case barricate, come ultimo gesto di difesa, stringendosi forte nell’attesa della fine…ma non vi fu alcuna catastrofe…i calcoli degli astronomi non erano stati cosi precisi, la cometa aveva solo sfiorato il nostro mondo.

A Deanad, scampato il pericolo, la gente non voleva vivere più sotto alcun giogo: il popolo si ribellò e costituì un governo di Pari; il cappellano, il sindaco ed i proprietari terrieri, decisi a preservare i propri interessi, mandarono i propri messaggeri alla corte di Re Julian in cerca di aiuto; il sovrano convocò a corte i capi della rivolta, passò intere giornate a discorrere con loro e alla fine decise di metterli a morte. Simulando un’azione di contrattacco alle linee nemiche assiepate oltre il fiume, l’Esercito Reale circondò il villaggio e sterminò tutti i suoi abitanti, compresi donne, vecchi e bambini, per poi dare fuoco ad ogni cosa. Affinché niente rimanesse a testimonianza di quegli eventi, celando per sempre ogni piccolo frammento di verità, furono condannati a morte anche il cappellano, il sindaco e i fedeli alla corte, mentre ai soldati reali, affinché agissero contro il popolo disarmato e pacifico, venne raccontato dei riti in onore di Vashnaar e del tradimento del villaggio in favore del nemico. Ogni testimonianza scritta di quegli anni venne distrutta o fatta sparire, sostituita dalla versione attuale, al fine di celare una verità scomoda in seguito all’ordine stabilito dopo la nascita dell’Impero.

 

I primi giorni di Adulain trasformarono in certezze i pochi dubbi rimasti riguardo alla catastrofe: Edorel sarebbe stata distrutta, poiché essa si ergeva esattamente sopra le terre corrispondenti al luogo di impatto del meteorite. Gran parte della popolazione era già stata fatta evacuare in fretta e furia e accolta calorosamente nella vicina Hammerheim; lo stesso era stato fatto per le alte cariche e per il governo, riunito da alcuni mesi assieme al Regno di Hammerheim a formare il potente Impero di Occidente. In città rimanevano soltanto alcuni vecchi testardi, disposti a morire piuttosto di abbandonare la propria dimora, e tutta una schiera di libertini, pazzi, cinici, ottimisti e negatori del destino, gente che credeva la faccenda un’immane macchinazione del regime, e che consumava il proprio tempo calandosi totalmente nel vizio e nella depravazione.

Mancavano poche ore all’impatto: una sorta di muta rassegnazione aleggiava come nociva foschia sulle verdi terre di Ardania, poiché ogni cosa non aveva più alcun peso e importanza davanti alla crudeltà degli eventi e all’incertezza legata all’esistenza di un avvenire, di un giorno dopo. In quelle ultime ore, nelle strade deserte delle città umane, riecheggiavano soltanto i sinistri proclami e lo sferragliare dei flagelli dell’oscuro ordine di scarlatto ammantato, contrapposto al salmodiare dei sacerdoti votati al compito di riempire di speranza i cuori dei fedeli. Frattanto, nelle lucenti aule dell’Accademia delle Arti, alcuni uomini, capeggiati dal Tetrarca Sardaucas, lavoravano alacremente al fine di completare i preparativi per l’ultimo, estremo tentativo di salvezza.

Si trattava di qualcosa di estremamente complesso e pericoloso: la fusione delle energie e delle menti dei maghi più potenti di Ardania ed il trasferimento dell’enorme potenziale, grazie al “Cristallo di Comunicazione” costruito dal Mago Luxor, nel corpo del Tetrarca Sardaucas. Egli poi, se avesse sostenuto il terribile sforzo, avrebbe cercato di distruggere o comunque deviare il moto della pietra infuocata quel poco necessario a evitare l’impatto.

 

L’Undicesimo Adulain del 267esimo Anno Imperiale, il sole sorse sopra Edorel la Libera, eppur essa non aveva vissuto alcuna notte, poiché ogni ora ed ogni minuto i suoi tetti erano irrorati dalla nefasta luce dell’astro portatore di morte. Quella notte, il sonno aveva perso la propria battaglia: le menti di tutti, troppo oppresse dall’angoscia, non riuscivano a scivolare nel suo morbido abbraccio, sospinte verso l’abisso del dolore da un cuore ebbro di ansia e incertezza. Nessun rumore, nessuna bestia o animale abitava più quelle lande; nessuna foglia, nessun ramo si muoveva, come se la vita fosse rifuggita da quelle terre condannate dagli Dei.

Tre figure chine, tese nello sforzo della scalata, si stagliavano contro il sole nascente,mentre si arrampicavano sugli scoscesi pendii della catena dell’Orus Maer: i tre maghi Elron,Ardanos McBarlow e Sardaucas si accingevano ad intraprendere, ed eseguire, l’arduo compito. Più tardi, il nuovo Tetrarca Anziano Sardaucas scrisse nei suoi diari: “Tutto era pronto, vedevamo la cometa che inesorabile avanzava verso di noi.La tensione era al massimo.Iniziammo la procedura per la fusione delle energie magiche. Sentivo l’energia che confluiva in me ed il mio potere aumentava sempre più, la terra cominciò a tremare, il terreno intorno a noi si alzò come se levitasse, la concentrazione era al massimo.Ero al culmine della Potenza, ma sentivo che le mie spoglie da uomo cominciavano a cedere…Formulai l’incantesimo.

I miei arti si muovevano come sinuosi serpenti, dalla mia bocca uscirono parole di fuoco, il mio corpo bruciava, sembrava come se stesse esplodendo…Poi svenni.” Il tentativo fallì: solo una parte dell’accecante palla di fuoco sparì, come non fosse mai esistita, mentre i maghi si accasciavano a terra avvinti dallo sforzo. Le semplici parole, il linguaggio umano, non possiedono il potere espressivo necessario a descrivere nemmeno una minima parte di quanto seguì successivamente. Tenterò mio malgrado, mediante immagini e sensazioni, a descrivere ciò che noi cittadini di Hammerheim provammo, mentre assistevamo alla fine di un popolo, di una città, di un’era: Luce, accecante, come se il sole fosse collassato su se stesso. Vento, sibilante, terribilmente simile al lamento di anime perse. Fragore, terribile, come se una montagna fosse stata lanciata da un malevole gigante celeste. La terra che trema, ondeggia, si piega, come fosse fatta di gelatina. La mente rifiuta di credere, impazzendo, il cuore si contorce nei visceri, aspettando.

E poi fu fuoco, morte, desolazione, silenzio…

 

In una frazione di secondo, Edorel non fu più.

L’impatto incenerì completamente gli edifici per un raggio di alcuni chilometri, mentre, tutt’attorno, le fiamme avviluppavano ogni cosa. I pochi, testardi uomini che avevano voluto continuare a risiedere nella città fino all’ultimo momento, terminarono la loro esistenza in un semplice evaporare delle carni. La cancellazione definitiva della città non fu l’unica conseguenza dell’impatto: ovunque, attorno all’area devastata e fino ai confini dello scomparso Regno di Edorel, creature malvagie, belve sanguinarie ed esseri malefici scorrazzavano sghignazzando, saccheggiando e depredando quanto rimasto, seminando il panico tra la popolazione dei vicini regni. La stessa struttura fisica dell’universo venne meno: si aprirono alcuni varchi nei piani, da cui eruttarono demoni, mostri, mutanti ed entità sconosciute propense ad invadere e distruggere l’intera Ardania, e lo stesso Flux, l’energia magica, subì forti modificazioni.

Presto, i cultori delle arti arcane, capirono che millenni di ricerche e studi sarebbero velocemente diventati polvere e che i vecchi riti non avrebbero mai più funzionato. Ad aggiungersi all’estrema confusione del momento, fu il terribile vuoto di potere e il totale immobilismo delle autorità dei paesi vicini: l’Imperatore Oskatat corse a spron battuto verso Edorel e non fece più ritorno alla reggia; Astandir Enderel, il Tetrarca Anziano, sparì lasciando un solo biglietto di cui solo Sardaucas conosce il contenuto; e in quanto ai regnanti vicini, essi assistettero impassibili allo svolgersi degli eventi, non arrischiandosi a mandare contingenti regolari di truppe. La speranza, come tante altre volte nel passato, arrivò galoppando dall’Ovest, abbigliata con i bianchi, sinuosi vessilli degli eserciti elfici. Molti elfi, in maggioranza Sindar ma anche Quenya e Teleri, si unirono al disorganizzato gruppo di emergenza composto da volontari di ogni parte di Ardania: legionari di Amon, maghi e miliziani di Hammerheim, scampati di Edorel, feroci e leali guerrieri del Nord.

La battaglia infuriò per tre giorni, e più e più volte parve ai difensori di Ardania di avere la peggio.Il secondo giorno, uno strano guerriero assetato di sangue, dai nordici chiamato Kun Gardar, si unì alle schiere demoniache: la paura e la rassegnazione aleggiavano sul campo di battaglia, ma l’indomito coraggio degli schieramenti umani e la ferrea determinazione delle truppe elfiche riuscì a prevalere sulla forza e sulla ferocia dei nemici. Al calare della sera del terzo giorno di combattimenti, il Quattordicesimo Adulain, l’agonia di Edorel terminò; ogni minaccia era stata debellata, ogni nemico sconfitto, distrutto o messo in fuga. Eppure, nel cuore di nessuno dei sopravvissuti albergava la gioia: troppe vite erano andate perse, troppo sangue versato, e l’antica città di cultura e commercio, l’antica terra ove nacquero e vissero grandi eroi, studiosi, mistici, la terra per cui molto si combatté e molte lacrime furono versate, non esisteva più, sostituita da una nera congerie di fuliggine, rovine cocenti, ammassi contorti di ruderi; dove prima si stagliavano le rassicuranti montagne dell’Orus Maer, ora si staglia un fiume di lava; dove prima v’era allegria e gioia, ora solo silenzio, nulla. La pioggia iniziò tristemente a cadere, bagnando i capi chini dei combattenti, trasformando il terreno in una massa informe di fango nero, ripugnante; qualche minuto dopo, solo le ombre rimasero a popolare la carcassa dell’antica Edorel, la Tollerante…

 

La Cometa! Disastrosa caduta!

*L’annuncio viene affisso sugli alberi del Doriath affinche’ il mondo elfico sia allertato e si prepari alle inevitabili conseguenze *

“Fratelli Elfi! Quel che si temeva e’ avvenuto! Nonostante gli sforzi dei maghi dell’accademia, che ogni tentativo han fatto per evitarlo, la cometa e’ caduta portando una scia di orrore e desolazione sulle terre degli umani! La Festa di Beltaine e’ stata interrotta dal tremendo boato dell’impatto e abbiamo sentito tremare la terra sotto i nostri piedi e i nostri volti sono sbiancati vedendo le tenebre offuscare il cielo! Capita la gravità della situazione con i fratelli Sindar, Phatho, Alylad, Algeroth, Alkarinque, Flagyllis, Gillybran, Elrandir, abbiamo formato un gruppo armato a cui si sono uniti i Quenya Arion Sirmil e Aegath Malentur. Il nostro non e’ un popolo preparato alle grandi battaglie ma fu impossibile fermare il generoso impulso dei fratelli che volevano prestare aiuto alle terre umane.

Molti dei Sindar non avevano mai varcato il mare e mai avevano posato piede su barche, ma ogni difficolta’ fu risolta e, decisi e indomiti, giungemmo alla fine ad Hammerheim mentre ancora grandi scosse di terremoto rendevano instabile il nostro avanzare. Varcato il ponte della Capitale ci avviammo verso Nosper e fu lì che cominciammo davvero a comprendere la gravita’ della situazione: esseri malefici erano stati risvegliati dalle profondita’ della terra e ora il regno di Edorel fino ai confini di hammerheim era invaso e saccheggiato dalle miserabili creature. Incontrammo gente che fuggiva in preda al terrore….scene strazianti di corpi orrendamente feriti…. Dalle confuse informazioni che riuscimmo ad ottenere dalla gente in fuga capimmo che la citta’ di Edorel era perduta!! Una morsa di dolore mi attanaglio’ il cuore a quella notizia: Edorel…l’amata Edorel era distrutta! Fermammo un contadino che avanzava lacero e insanguinato con gli occhi sbarrati che guardavano lontano senza vedere….cantilenava la stessa frase terribile: “…la mia casa… la mia famiglia…i miei figli… morti…tutto distrutto…tutto finito….nessun superstite… i miei figli…la mia casa….”. Inorriditi lo vedemmo allontanarsi come se non ci vedesse.. preda della sua disperata follia…ma nulla potemmo fare per lui perche’ appena oltrepassata Nosper fummo attaccati da esseri scheletrici che sprizzavan fiamme. Li lasciammo avvicinare senza andare loro incontro e, appena giunti alla portata delle nostre armi, cento frecce fendettero l’aria abbattendosi sui mostri che chiudemmo in una morsa e che riuscimmo a sgominare per poter ancora avanzare verso il ponte che conduce al trivio. Diversi attacchi subimmo e Edwin e Falanel si unirono a noi, e le urla della grande citta’ morente gia’ giungevano alle nostre orecchie e la terra continuava a tremare.

Cautamente varcammo l’ultimo ponte mentre gente in fuga ci sconsigliava di avanzare, Edorel era in fiamme e l’aria era impregnata dall’acre odore del fumo e alti bagliori rossastri si intravedevano non lontani. Incontrammo Luxor che zoppicante ci scongiuro’ di tornare indietro, e ci raggiunse Isildur preoccupato per la sua gente in lotta, e incrociammo Grifis che folle di rabbia e di dolore correva, impotente, verso quella che era stata anche la sua citta’e Stryker che guidava i suoi Vargos in aiuto di quei popoli e Joseph Redfield che si uni’ al nostro gruppo. Sentivo il ruggire di esseri mostruosi e fermai il passo dei coraggiosi Sindar. Proseguire verso il trivio avrebbe significato la morte: un demone, uno Sventratore si era arroccato in quel punto strategico e impediva ogni avanzata, le nostre forze non erano nulla paragonate alla sua mostruosa potenza! All’improvviso udimmo, alta e ammaliante, una voce femminile e vidi la curiosita’ e la sorpresa negli occhi dei miei fratelli, riconobbi quel grido sapevo chi fosse. Un’alta figura femminile slanciata e aggraziata nella sua crudele bellezza avanzava verso di noi. Capii il pericolo che correvano i miei compagni se si fossero lasciati ammaliare dal suo fascino e le lanciai contro un cavallo selvaggio che rispose veloce alla magia del mio liuto.

La bellezza mostro’ il suo vero volto quando con un ghigno satanico lancio’ i suoi strali magici sul quadrupede, i Sindar si scossero e al grido di “Tol Acharn!” bersagliarono assieme la demoniaca creatura finche’ essa non cadde al suolo con un ultimo ruggito! Un’altra accorse ma non ci facemmo cogliere di sorpresa e segui’ la sorte della compagna. Galvanizzati dalla vittoria su quegli esseri tentammo di avanzare ancora ma una scossa piu’ forte ci strappo’ dai nostri cavalli, capimmo che piu’ avanti era impossibile andare. Ci adoperammo per dare conforto ai feriti e pian piano indietreggiammo riuscendo a malapena a trattenere il terrore dei cavalli che ad ogni scossa di terremoto si imbizzarrivano e tentavano di scappare. Raggiungemmo Hammerheim ancora increduli per quel che avevamo veduto, non vi erano caduti tra le nostre fila ma attorno a noi avevano visto solo sangue e distruzione e morte. In lontananza, quella che era stata Edorel, la Tollerante Edorel, era solo un ammasso di macerie e di morte preda delle fiamme e dei Signori delle tenebre! Una pagina della Storia di Ardania si chiude con la sua distruzione. Con orgoglio potremo dire: Tiond era lì! Continua l’assedio e la distruzione della citta’ di Edorel. Oggi secondo giorno della caduta della cometa, venerdì,11 di Adulain del 266 esimo anno Imperiale.

Ancora a tarda ora, un pugno di indomiti continua a combattere nel tentivo di scacciare le malefiche creature che saccheggiano il regno. Elwin Dalamar, Benil Scicis, Andrew, Fromas, Picsou, Gillmore, Nahim, Pardus, Flagyllis, Luxor, Silvan, e altri coraggiosi, i cui nomi sfuggono alla mia provata memoria, si battono pur intuendo che le speranze sono ormai poche. Molti eroi cadono trafitti, ma la forza unita di tanti prodi riesce ad abbattere due Signori degli abissi e il terribile collezionista di anime che semina morte e la schiera di mutati demoniaci e demonietti che li accompagnano. All’avanzata degli eroici cavalieri fa argine l’improvvisa comparsa di Kun Gardar! Egli richiama in aiuto Ogre e troll dei ghicci con un seguito di numerosi orchi che fanno da avanguardia a una massiccia ondata di Berserker capeggiati dagli oscuri Cavalieri neri! La lotta e’ cruenta e grida e luccicar di spade si confondono al sangue e alle maledizioni dei mostri moribondi aiutati da terribili elementali di veleno e di fuoco! La battaglia volge a nostro favore e, allora, Kun Gardar, invocando il potere della Flamberga, il misterioso amuleto in suo possesso, evoca una tormenta di neve e una ventina di elementali di neve compare improvvisamente addosso a noi.

Con la mia musica mi trovavo in prima fila e non resistetti alle tante maledizioni paralizzanti che mi piovvero improvvisamente addosso. Ripresi vita stordita e debole ma, raccolto il mio inseparabile liuto, mi ricacciai nella battaglia e la nostra tenacia e il nostro coraggio ebbero la meglio sulle forze messe in campo da Kun Gardar. Stremati e laceri, ci guardammo attorno. Avevamo vinto una battaglia sulla retroguardia del male ma Edorel era ancora irraggiungibile e le fiamme e l’energia che la cingeva erano invalicabili. Cercammo di spegnere le fiamme che divoravano la locanda del trivio e lì ci rifugiammo a darci mutuo conforto consci di aver tentato quel che era umanamente possibile tentare. Edorel brucia ancora! Morte di Edorel. L’agonia e’ finita,! Son cessate le urla, spento il bagliore delle fiamme, saziata la sete degli esseri degli abissi. Sotto una coltre di nera fuliggine, spettrale e silenziosa giace Edorel.

Là sulla dorata sabbia da cui lo sguardo si affacciava per scrutare l’orizzonte su cui splendevano i lontani bagliori che irradiavano dalle bianche mura della mitica Ondolinde, la’ una rossa scia di fuoco, vomitata dal bollente ventre della terra sconvolta, si srotola e si avvolge e inghiotte e doma le pietre omai scurite e perse della bella forma che Edorel era! Son giunta qui da sola a percorrere le strette vie, un tempo festose e allegre, e tra il sordo rumore e gorgoglio della lava che incessante scorre pareva quasi di udire il suono sommesso e carezzevole del pianoforte che dalla locanda spandeva il suo richiamo dolce e invitante a consolare lo spirito del viaggiatore. E’ lì, per quella strada, nel pensiero, il dolce suono ti accompagna fino alla piazza in cui si fonde con l’argentino zampillìo che dalla fonte canta memorie di gesta e alla mente richiama nomi e volti cari che il tempo consuma e cancella e avvolge nella fuliggine della distruzione della morte! Non un canto argentino ma ribollente lava ora vomita la fontana! e la locanda avvolge solo tronchi anneriti e squallide macerie sui cui risalta il pallido candore di pochi tasti di quel che un tempo un pianoforte era.

Si e’ consumato il tempo e tutto tace, tace in quella via, che era la mia casa, tace da molto qui la vita.

Tace ora anche la memoria. Tace per sempre Edorel perduta.

 

*Una lettera scritta su carta pregiata, con un fine inchiostro verde è recapitata ai Regnanti delle città di tutta Ardania.*

E’ ormai molto tempo, che mi reco, puntualmente nella ricca biblioteca dell’Accademia delle Arti Magiche, per studiare i tomi custoditevi, alla ricerca di una qualche soluzione per l’arrivo imminente della Cometa, quando un giorno, erroneamente feci cadere da uno scaffale impolverato una pila di libri, naturalmente questo suscitò le ire di Larlec, Il Guardia Sigilli, ma per mia fortuna e non solo trovai un manoscritto, dalle pagine logore dal tempo, di un vecchio mago, Efesto Underfill. Incuriosito spolverai la copertina che era stranamente rilegata con cura; quel tomo risaliva a più di 500 anni fa. Rimasi subito colpito dal titolo. “Sperimentazione sulla fusione d’incantesimi e riti magici” Quasi inconsciamente lo aprii e iniziai quella lettura che mi porto a rielaborare e sperimentare la teoria che a lui non riuscì perfettamente. Cosi per qualche tempo,mi dedicai agli studi sulla cometa e soprattutto allo studio di quel tomo. Trattava di riti magici di cui non avevo mai sentito nemmeno un accenno in tutti i miei anni di studi, raccontava d’esperimenti su uomini e animali vari, mostri e draghi, finché la mia lettura non cadde sul trattato della fusione d’incantesimi.

Questo tipo di sperimentazione poteva permettere la fusione di due o più formule magiche dando origine ad incantesimi nuovi di potenza straordinaria e dalle capacità sconvolgenti, in grado di rivoluzionare le fondamentali basi dell’odierna magia. Costui era riuscito a creare mediante un complicato processo alchemico, un cristallo da lui chiamato “Cristallo di Comunicazione” che permette di poter fondere le parole dette dall’incantatore in un'unica formula magica dagli effetti devastanti. Purtroppo non tutti gli incantesimi possono fondersi l’un con l’altro, e da quello che scrive Efesto molti di questi si annullano a vicenda. Inoltre dagli studi fatti da questo mago si denota che, questo cristallo è in grado di amplificare enormemente il potere magico che vi è immesso. Un’altra cosa che mi portò grande sgomento fu come questo mago riuscì a scrivere l’incantesimo che oggi molti di maghi potenti recitano in caso d’enorme pericolo, l’incantesimo catena di fulmini che fu realizzato da lui e i suoi apprendisti, fondendo tra loro le parole magiche del incantesimo fulmine. Notevolmente incuriosito, decisi di fare altre ricerche su questo Mago e sul quel Libro, cosi chiesi l’Aiuto degli altri Tetrarchi Elron, Valin e del Sommo Astandir. Gli esposi tutta la teoria sulla fusione e sulle sperimentazioni che potevamo fare, e sulle notevoli applicazioni che quegli studi potevano apportare all’uso della Magia. Grazie alle ricerche fatte da tutti noi, riuscimmo a trovare l’ubicazione di quella che presumevamo un tempo, fosse stata la torre del mago Efesto. Visti i notevoli impegni del sommo Astandir, abbiamo deciso che saremmo stati Io, Elron e Valin a procedere in questa missione alla ricerca della torre.

Dopo circa una settimana di viaggio via nave e via terra arrivammo nel luogo in cui noi tutti speravamo di trovare la torre in questione ma la delusione ci colse. I nostri occhi videro solo poche macerie, i nostri animi furono pervasi da un senso di sconfitta, forse l’unico modo annientare la cometa era perduto. Con sommo rammarico e vani tentativi di trovare botole o passaggi nascosti, decidemmo di far ritorno nella Città di Hammereim, portando questa triste notizia al sommo Astandir. Prima di tornare Valin disse che lui sarebbe rimasto lì ancora qualche giorno per cercare ancora e avrebbe chiesto l’aiuto di Ardanos che era rimasto ad ultimare la formula magica; Magari disse riuscirò a trovare qualcosa,cosi ci separammo. Passarono dei giorni dal nostro ritorno, la cometa continuava ad avanzare inesorabile, come il tempo che ci separava dalla catastrofe. Pochi giorni dopo il nostro ritorno, ebbi una visita inaspettata. Mi trovavo nella mia torre quando sentii bussare fragorosamente. Riconobbi subito la voce del Tetrarca Elron, corsi subito ad aprire pensando che avesse un grave problema, poiché al mio udire, sembrava quasi che stesse per scardinare la porta. Lo feci accomodare e cominciò subito a spiegarmi l’idea che gli era balenata per la testa. L’idea consisteva nell’utilizzare al posto del “Cristallo di Comunicazione”, La scoperta che Luxor aveva fatto sul trasferimento delle Energie e sul Flux. Iniziammo subito a studiare un modo per aumentare le forze magiche tramite quella teoria. Il tempo non era dalla nostra, la cometa era sempre più vicina e poi il pensiero che Valin, non era ancora tornato, c’inquietava ancora di più l’animo. Studiammo a fondo quel libro e arrivammo ad un buon punto, infatti, riuscimmo a canalizzare l’energia, facendola confluire in un solo essere in maniera simile alla descrizione fatta da Efesto nel suo tomo. Non sapevamo quali conseguenze avrebbe portato una tale forma d’energia all’interno di un solo corpo, cosi decisi di offrirmi volontario per annientare la cometa e per fungere da ospite per quell’enorme massa d’energia magica.

“Venne il giorno della verità.”

La notte precedente non riuscii quasi a chiudere occhio, i miei pensieri erano confusi,ripensavo a quando trovai il biglietto del Sommo Astandir dove mi lasciava il fardello della Conoscenza; riuscivo solo pensare se quello che mi poteva aspettare, poteva portarmi a morte certa o a quale altra sorte sarei stato destinato. Ripensai a tutta la mia vita vissuta, le battaglie sostenute contro i Valorosi guerrieri d’Amon, le battaglie contro i demoni dell’Abisso, le orde di creature affrontate, all’Accademia, a tutti i miei amici conosciuti fin ora. Ripensavo ai saggi consigli che la sera a cena, tra i libri impolverati e gli appunti ancora sul tavolo, Elron mi dispensava, dall’alto della sua esperienza. Agli ultimi preparativi sulla formulazione del rito magico. Tra tutti questi pensieri mi addormentai con l’unico obiettivo di distruggere la cometa. La mattina dopo ci recammo sulla cima più alta della catena montuosa dell’Orus Maer.

Io, Elron, e L’arcimago Ardanos, eravamo gli unici a poter sostenere una prova cosi dura. Tutto era pronto, vedevamo la cometa che inesorabile avanzava verso di noi. La tensione era al massimo. Iniziammo la procedura per la fusione delle energie magiche. Sentivo l’energia che confluiva in me ed il mio potere aumentava sempre più, la terra cominciò a tremare, il terreno intorno a noi si alzò come se levitasse, la concentrazione era al massimo. Ero al culmine della Potenza, ma sentivo che le mie spoglie da uomo cominciavano a cedere… “Formulai l’incantesimo.” I miei arti si muovevano come sinuosi serpenti, dalla mia bocca uscirono parole di fuoco, il mio corpo bruciava, sembrava come se stesse esplodendo. …Poi svenni.

*Al mio risveglio, mi ritrovai in un letto, subito mi guardai intorno, cercando dei punti di riferimento, mi sentivo debole. Riconobbi il volto amico di Elron, e quello Del vecchio Ardanos. Riuscivo a malapena a parlare; riconobbi la mia torre. Sorrise vedendo che mi ero ripreso, ma il suo sguardo mi comunicava il peggio. *Gia, la Cometa aveva fatto il suo corso, i nostri sacrifici non erano serviti a nulla. *

Elron mi diede cosi la notizia che la cometa sarebbe in ogni caso caduta con un impatto devastante non ostante l’impatto con il nostro Incantesimo. Io, abbassai lo sguardo, stringendo nei miei pugni le lenzuola di seta.

*Avevamo fallito.*

Subito dopo, mi accorsi del resto… Le mie mani, le mie mani erano quelle di un vecchio, tutta quell’energia aveva accelerato il metabolismo rendendomi ormai l’ombra di quello che ero un tempo. Ardanos mi porse uno specchio, ora avevo i capelli bianchi, le rughe tempestavano il mio volto come una pioggia di rubini su un diadema. Rimasi in silenzio… feci cenno ai miei amici di andarsene. Ero rimasto solo… Con voce sommessa, Pregai Crom ringraziandolo di avermi risparmiato dalla morte. Mi alzai, mi vestii e camminando a fatica, raggiunsi il portone della mia torre. Uscii. L’aria era piena di Lapilli, il cielo era cupo poiché una nuvola di detriti sembrava oscurare il Sole, come se una notte perenne fosse scesa sul mondo. Avanzai lentamente verso la strada, verso il luogo dove avrei continuato a vivere e a portare le mie conoscenze, l’accademia delle Arti Magiche, il luogo dove cominciò il mio cammino da studioso e dove probabilmente finirà presto.

 

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