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Winyandor- Terranova

Dal diario dell’esploratore Alkarinque
15 Dodecabrullo dell’anno imperiale 270.

L’isola che si mostra ai miei occhi sorge sul mare a Nord del Reame Elfico, ed è caratterizzata da ampie foreste, coste alte e impervie, e un bacino fluviale che la divide in due parti il quale nasce da una grande catena montuosa, ricoperta da nevi perenni.
La natura lussureggiante e la conformazione del terreno sulle coste, quasi pianeggiante, ha permesso l’insediamento di una comunità di elfi sindar, teleri e quenya, che vivono in pace e serenità e si affidano alla caccia, all’allevamento, ai semplici lavori manuali, per sostentarsi e non desiderare altro se non una vita millenaria in armonia con il territorio circostante.
Coltri di nubi l’avevano avvolta e protetta per lunghi anni, impedendo ai navigatori di scorgerla, ma ora, a causa di un repentino cambiamento delle condizioni atmosferiche, essa si è mostrata a tutti, nel suo splendore.
Gli esseri centenari che la popolano sono elfi che hanno scelto una vita solitaria, lontana dalle città del Reame Elfico, in cui vigono leggi e gerarchie che male si addicono alla mente dell’elfo semplice, amante della terra e di tutto ciò che essa ci ha donato.
“Noi viviamo grazie a Tulip, e solo a quello e ai sacri Valar affidiamo la nostra vita, e le nostre preghiere” rispose l’antico saggio Hisie en’ Yevia, abitante solitario e beato della piccola baita tra i ghiacci e i muschi a nord del paesello elfico, mentre gli rivolgevo le mie domande, riposandomi dall’esplorazione lunga e difficoltosa effettuata questi giorni.
“Il nome del luogo in cui vi trovate è Winyandor, Terranova in lingua comune, ed è stato scelto dagli Eldar che popolano queste terre. Che nessun desiderio di conquista osi violare le lande che si mostrano ora ad Ardania. Winyandor è rifugio del corpo stanco e dello spirito povero, è nutrimento del cuore e della mente, e refrigerio delle membra degli elfi, spossate da una vita scandita da guerre e vendette, invasioni e stermini, diatribe e uccisioni.”
Socchiudendo gli occhi, il saggio mi congedò, e mi chiese di portare i loro precetti ad Ardania tutta. Per questo motivo, ora, lascio a voi questo plico, come testimonianza di ciò che ho veduto e udito, sperando che non rimanga solo un racconto di un esploratore, ma un monito, a chi si addentra in quelle terre, perché esse restino ciò per cui sono nate, ovvero una terra colma di speranza, e silenzio, e vita.

 

 

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