VII
L’equilibrio si spezza

L’Orda degli orchi era sconfitta, e per sempre esiliata nelle terre oltre il mare. Un grande cerimonia funebre fu allestita in onore del Principe caduto, molti canti si levarono e molte lacrime furono versate in suo ricordo. La pace regnava di nuovo sull’Hildoriath.
Ora il tempo della rinascita e della ricostruzione era giunto, e mai come in quel momento il popolo elfico sarebbe dovuto rimanere fraternamente unito. Ma, ahimè, così non fu.
Con la morte di Thorondil la stirpe dei Re era finita per sempre, e tutti sapevano cosa questo avrebbe significato: guerra.
I primi attriti si manifestarono subito nelle sedute del Consiglio successive alla vittoria.
I Quenya sostenevano che il popolo elfico si sarebbe dovuto organizzare in grandi , maestose città, che rendessero manifesta la loro grandezza, istituendo un esercito regolare, costruendo avamposti in tutto il continente per averne il controllo. Per far sì che ciò che era accaduto non si ripetesse mai più.
I Sindar al contrario volevano che la civiltà elfica continuasse a vivere dove si diceva fosse nata, e cioè tra gli alberi secolari delle grandi foreste nel cuore dell'Hildoriath , vivendo a stretto contatto con la natura e nel più profondo isolamento. Solo questo, secondo loro, avrebbe garantito la pace e la felicità per la loro razza.
I Drow invece si dimostrarono i più agguerriti e determinati. Galvanizzati dalla vittoria sugli orchi, accusavano le altre casate di sottovalutare la potenza della propria razza. Quest’ultimo successo, dicevano, aveva dimostrato una volta di più la loro natura di dominatori incontrastati. Gli elfi avrebbero quindi dovuto armarsi e, in virtù della loro superiorità razziale, assoggettare al loro dominio tutte le terre emerse.
Le diverse opinioni apparvero subito come inconciliabili, nessuno era intenzionato di recedere di un solo passo dalla propria posizione e i margini di mediazione e compromesso si assottigliarono fino a scomparire. La situazione era a un punto morto, e la tensione altissima. Mancava veramente poco a che si impugnassero le armi, mancava poco allo scontro diretto; quel poco era un pretesto. E il pretesto, immancabilmente, arrivò.