La cometa che distrusse la città di Edorel


Il tuono, e poi il nulla.

L’Undicesimo Adulain del 267esimo Anno Imperiale, il sole sorse sopra Edorel la Libera, eppur essa non aveva vissuto alcuna notte, poiché ogni ora ed ogni minuto i suoi tetti erano irrorati dalla nefasta luce dell’astro portatore di morte.

Quella notte, il sonno aveva perso la propria battaglia: le menti di tutti, troppo oppresse dall’angoscia, non riuscivano a scivolare nel suo morbido abbraccio, sospinte verso l’abisso del dolore da un cuore ebbro di ansia e incertezza.
Nessun rumore, nessuna bestia o animale abitava più quelle lande; nessuna foglia, nessun ramo si muoveva, come se la vita fosse rifuggita da quelle terre condannate dagli Dei.

Tre figure chine, tese nello sforzo della scalata, si stagliavano contro il sole nascente,mentre si arrampicavano sugli scoscesi pendii della catena dell’Orus Maer: i tre maghi Elron,Ardanos McBarlow e Sardaucas si accingevano ad intraprendere, ed eseguire, l’arduo compito.

Più tardi, il nuovo Tetrarca Anziano Sardaucas scrisse nei suoi diari:

“Tutto era pronto, vedevamo la cometa che inesorabile avanzava verso di noi.La tensione era al massimo.Iniziammo la procedura per la fusione delle energie magiche. Sentivo l’energia che confluiva in me ed il mio potere aumentava sempre più, la terra cominciò a tremare, il terreno intorno a noi si alzò come se levitasse, la concentrazione era al massimo.Ero al culmine della Potenza, ma sentivo che le mie spoglie da uomo cominciavano a cedere…Formulai l’incantesimo. I miei arti si muovevano come sinuosi serpenti, dalla mia bocca uscirono parole di fuoco, il mio corpo bruciava, sembrava come se stesse esplodendo…Poi svenni.”

Il tentativo fallì: solo una parte dell’accecante palla di fuoco sparì, come non fosse mai esistita, mentre i maghi si accasciavano a terra avvinti dallo sforzo. Le semplici parole, il linguaggio umano, non possiedono il potere espressivo necessario a descrivere nemmeno una minima parte di quanto seguì successivamente. Tenterò mio malgrado, mediante immagini e sensazioni, a descrivere ciò che noi cittadini di Hammerheim provammo, mentre assistevamo alla fine di un popolo, di una città, di un’era:

Luce, accecante, come se il sole fosse collassato su se stesso.
Vento, sibilante, terribilmente simile al lamento di anime perse.
Fragore, terribile, come se una montagna fosse stata lanciata da un malevole gigante celeste.
La terra che trema, ondeggia, si piega, come fosse fatta di gelatina.
La mente rifiuta di credere, impazzendo, il cuore si contorce nei visceri, aspettando.
E poi fuoco, morte, desolazione, silenzio…